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Europa

Schengen, verso un nuovo stop. “Possibili infiltrazioni jihadiste”

A Ceuta la situazione resta incandescente: molti tentano di imbarcarsi verso la penisola iberica

Città al collasso La distribuzione del cibo agli immigrati sulla spiaggia di El Trampolin a Ceuta

L’Italia alza le difese sulla sicurezza e decide di affrontare a viso aperto il nodo cruciale della libera circolazione: a una manciata di giorni dalla scadenza del mese di sospensione dell’accordo Schengen il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi starebbe pensando di prorogare i controlli in porti e aeroporti per i passeggeri in arrivo dalla Spagna, anche perché a Ceuta sarebbero presenti ancora «tra i 5 e i 10mila migranti, quasi tutti non identificati o non compiutamente identificati» tra i quali secondo le agenzie di intelligence spagnole ci sarebbero «possibili soggetti con una caratterizzazione jihadista». Una misura di protezione indispensabile mentre, proprio sul campo, emergono testimonianze drammatiche su ciò che sta avvenendo nelle colline che sovrastano Ceuta. Centinaia di immigrati si nascondono tra i monti durante il giorno per sfuggire ai pattugliamenti. «Restano rintanati nella vegetazione più fitta e scendono in città soltanto per procurarsi cibo, rubare nelle abitazioni e tentare clandestinamente l’imbarco verso la penisola iberica», denunciano i residenti delle zone adiacenti, ormai allo stremo per risse continue, montagne di spazzatura ed escrementi. È la fotografia di una gestione, quella firmata dal ministro dell’Interno Fernando Grande-Marlaska, che sceglie di lasciar scivolare questo flusso «invisibile» fuori dai conteggi ufficiali.

Ma non siamo di fronte a un’ondata spontanea di disperati. Quella a cui assistiamo è una morsa strategica concepita a freddo nelle stanze del potere di Rabat per piegare le resistenze di Madrid e dell’Europa. Le relazioni riservate condivise tra i servizi algerini, le agenzie spagnole e gli analisti dell’AISE tracciano un quadro nitido che porta direttamente al cerchio magico di Re Mohammed VI. A muovere i fili di questa partita non è il sovrano in persona, ma il suo uomo ombra e viceré politico Fouad Ali El Himma, l’ideatore di una spregiudicata manovra di guerra asimmetrica: usare la carne da cannone dei flussi per mandare in tilt la Guardia Civil, incassare dividendi sul Sahara Occidentale e incrinare l’asse politico tra Spagna e Algeria.

Nelle maglie della folla accalcata a Fnideq si sono mossi decine di 007 marocchini della DGED, la Direction Générale des Études et de la Documentation, il servizio segreto estero guidato da Yassine Mansouri, e della DGST, la potente Direction Générale de la Surveillance du Territoire, il controspionaggio interno, con l’ordine tassativo di spingere ai confini. L’operazione, però, ha finito per spalancare una falla clamorosa nell’apparato di potere marocchino. Abdellatif Hammouchi, potentissimo capo della DGST e della polizia, si è trovato costretto a scaricare sul terreno una direttiva politico-strategica ad altissimo rischio. Parliamo di un uomo che vanta un curriculum di ferro nelle operazioni coperte - dall’infiltrazione dei network jihadisti nel Sahel ai trasferimenti segreti dí sospettati di terrorismo - e che ha intessuto negli anni solidi canali di collaborazione antiterrorismo proprio con l’intelligence italiana.

È qui che la faglia si fa profonda e spacca gli apparati dall’interno: da una parte la DGED di Mansouri, votata alla diplomazia felpata e alle manovre esterne del Palazzo; dall’altra la DGST di Hammouchi, abituata al controllo capillare del territorio e al dialogo operativo con le agenzie occidentali. Quando l’entourage politico di El Himma ha preteso l’ingaggio diretto della DGST nelle provocazioni migratorie, l’apparato di sicurezza interno ha reagito con gelida insofferenza. Per Hammouchi, piegare il controspionaggio a compiti di disturbo significava bruciare la propria rete di agenti e incrinare la reputazione costruita con gli alleati.

Dentro la cupola di sicurezza è scattato il panico: il timore più forte è che il Palazzo usi la polizia come scudo, scaricando sui vertici operativi le colpe in caso di indagini internazionali per tutelare la cerchia del re. La clamorosa fuga di dati che ha messo in piazza oltre 70.000 schede riservate dei servizi marocchini non ha fatto che soffiare sul fuoco, alimentata proprio dai veleni e dai sospetti incrociati tra le due agenzie rivali.

Un cortocircuito che la Farnesina segue minuto per minuto. Consapevoli che questo scontro sordo a Rabat rischia di far esplodere una nuova bomba migratoria verso l’Europa, gli 007 italiani sono diventati il perno centrale dell’intero equilibrio mediterraneo: una triangolazione delicata e complessa con Rabat, Algeri e Madrid per evitare che i giochi di potere del Palazzo travolgano definitivamente le frontiere europee.

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