«Non penso sia nato come un atto ostile», dice il ministro della Difesa Guido Crosetto sull’idea di rendere il Canada un «membro associato» dell’Ue. E così centra il bersaglio: non è questione di ostilità della Ue, contro gli Usa in particolare; bensì si tratta di rafforzare la cooperazione con chi può portare vantaggi economici a entrambe le parti. D’altronde, è dall’insediamento del presidente Trump del gennaio 2025 che gli Usa hanno agito per destabilizzare equilibri e alleanze consolidate. Per semplificare, si può dire che hanno cominciato loro: prima i dazi, poi la provocazione sulla Groenlandia e infine la minaccia, proprio contro il Canada, di annessione del 51° Stato americano. La guerra all’Iran, scatenata nel febbraio scorso senza coinvolgere Bruxelles, ha poi generato quell’ondata di rialzi nei prezzi di carburanti ed energia che ha portato il diesel a 2,4 euro al litro e l’inflazione oltre il 3 per cento.
È quindi più che legittimo, se non doveroso, che la Ue spinga sulla cooperazione con Paesi terzi per creare nuovi spazi economici che, rispetto a Cina e Usa, riducano il ricatto dei dazi, aumentino le opportunità strategiche su difesa e tecnologia e diminuiscano la dipendenza energetica. E se in relazione alla Cina non è una novità, la nuova postura nei confronti degli Usa non è certo nata a Bruxelles.
Dopodiché, un accordo della Ue con il Canada esiste già. Il Ceta, siglato nel 2016, abbatte quasi del tutto le barriere doganali, ha spinto le esportazioni e vale 130 miliardi di scambi commerciali, con un avanzo di 16 miliardi. Non è stato ancora ratificato da alcuni Paesi, compresi due big come Italia e Francia, ma è già applicato per tutte le questioni di competenza comunitaria, con successo. Per questo, è chiaro che associare oggi il Canada a una sorte di adesione alla Ue è anche un segnale politico, un appello a chi condivide i valori fondanti dell’Unione anche altrove. Magari per cominciare a contarsi.
