Nessuno più di noi è incuriosito dall’arte contemporanea. Al netto della convinzione che l’arte antica costa perché vale e l’arte contemporanea vale perché costa, cerchiamo di non perderci neppure una mostra o una performance delle nuove artistar. E infatti ieri abbiamo ammirato l’opera del danese Jens Galschiøt esposta - su invito di un europarlamentare di sinistra - dentro il Parlamento europeo di Strasburgo. È una statua che raffigura Donald Trump, nudo, coperto d’oro, con in mano la bilancia della Giustizia, seduto sulle spalle di un uomo piegato sotto il suo peso: s’intitola Peste arancione, immaginiamo riferendosi ai capelli del tycoon. L’artista ha detto che così vuole sfidare il “re dell’ingiustizia” che schiaccia i più poveri e che “chiunque sia troppo permaloso per sopportare la sua opera non dovrebbe stare sul palcoscenico mondiale”.
Ha ragione, noi non censureremmo mai né le opere blasfeme né quelle oltraggiose. Figuriamoci quelle brutte. Anzi. Convinti come siamo del potere salvifico dell’arte quando denuncia le ingiustizie e raddrizza i torti, aspettiamo - a proposito di bilance e di Giustizia - una statua dorata di Ursula von der Leyen infilzata in un ago della Pfizer esposta alla Casa Bianca. Siamo sicuri che nemmeno lei sarà troppo permalosa.
Come non lo sarebbero - tu cosa dici, Jens Galschiøt? - Putin nudo, Xi Jinping nudo, l’Ayatollah nudo... Perché l’arte, quando è vera, e coraggiosa, non è mai particolare. Ma universale.
