La riunione tra il vicepremier Matteo Salvini, il ministro Giancarlo Giorgetti e il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon ha ufficialmente riaperto il cantiere delle pensioni. La traccia di lavoro è chiara: rendere concretamente praticabile una maggiore flessibilità in uscita a 64 anni (con una contribuzione di 20-25 anni) rispetto ai 67 anni e un mese previsti dall'anno prossimo per la vecchiaia (argomento anch'esso oggetto di dibattito interno alla maggioranza). Il punto tecnico, sul quale il ministero dell'Economia mantiene la massima attenzione, è individuare strumenti che consentano di raggiungere questo obiettivo senza creare squilibri di finanza pubblica.
L'escamotage su cui già stanno interloquendo Ragioneria e Inps è un differente trattamento della spesa per pensioni che l'anno scorso è ammontata a 326 miliardi di euro a fronte di 290 miliardi di contributi e 70 miliardi di prelievo Irpef. Proprio questa partita di giro potrebbe essere la leva per aprire a un diverso calcolo che apra una breccia nel canone della spesa lorda di Eurostat. Come ha detto Durigon, «a fronte di questa operazione verità si può studiare un intervento di flessibilità in uscita con una formula a 64 anni».
L'ipotesi allo studio si sviluppa invece lungo la direttrice del Tfr e della previdenza complementare, un pilastro che negli ultimi anni il governo ha cercato di rafforzare. La base di partenza è una norma introdotta nella manovra 2025 e poi congelata per ragioni legate alle simulazioni della Ragioneria generale dello Stato. Il meccanismo consentiva ai cosiddetti contributivi puri, cioè ai lavoratori entrati nel mercato del lavoro dopo il 1995, di utilizzare la rendita accumulata nei fondi pensione integrativi per raggiungere la soglia minima richiesta dalla legge (3 volte il minimo per gli uomini, 2,8 per le donne e 2,6 volte per quelle con due o più figli) e accedere alla pensione anticipata a 64 anni con almeno 25 di contributi. Ovviamente, non è stata abolita la norma in sé per sé che tuttora consente il ritiro a 64 anni ma solo facendo riferimento ai propri versamenti e non a quelli nei fondi, restando riservata a chi ha retribuzioni elevate.
L'esperienza è stata limitata e ha prodotto numeri molto contenuti. La platea potenziale era ristretta e le procedure di coordinamento tra Inps e fondi pensione hanno richiesto tempi lunghi. In questa prospettiva diventerebbe centrale il ruolo della previdenza complementare e del trattamento di fine rapporto. Per il sottosegretario serve un cambiamento culturale profondo. «Il famoso Tfr non potrà più essere quello che serviva per il matrimonio del figlio o l'acquisto di un'auto, ma dovrà essere integrativo», ha affermato. L'idea è quella di costruire nel tempo un sistema nel quale la pensione pubblica e quella complementare dialoghino.
Il riferimento alle «curve» della Ragioneria rappresenta il punto chiave dell'intera discussione. Un'estensione anche ai pensionandi con parte di quota retributiva (cioè che hanno versato prima del 1996) cambierebbe la prospettiva aumentando i flussi di pensionamento. Già nella versione primordiale le simulazioni di lungo periodo evidenziavano un aumento della spesa pensionistica dovuto all'anticipo di alcuni anni nell'erogazione degli assegni pubblici. Considerato che nel 2040 allo stato dell'arte si prevede una spesa pensionistica al 17,1% del Pil dal 15,6% attuale, il rischio di sfondare in anticipo il tetto dei 400 miliardi è concreto.
Proprio per questo il confronto avviato tra governo, Ragioneria e Inps appare destinato a concentrarsi su soluzioni che utilizzino maggiormente il secondo pilastro previdenziale, limitando gli effetti sulla spesa pubblica e garantendo più libertà ai lavoratori.