Si dice «soddisfatto del voto su Andrea Delmastro» il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, dopo che la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere alla Procura di Roma. Soprattutto perché quella del sequestro dei telefonini, non solo dei parlamentari, ma di tutti i cittadini che finiscono in un’indagine o che ne sono coinvolti indirettamente, è una battaglia del Guardasigilli. Nel caso Delmastro, la richiesta della Procura «era generica», sostiene «ma in generale quando si fanno queste indagini sequestrando i telefonini delle persone, non ci si rende conto che si sequestra la loro intera vita. Per arrivare alla selezione delle cose che possono essere utili alle indagini, si prende visione anche di ciò che è intimo e magari riguarda terzi.
Questo è inammissibile ed è irrazionale». Per questo, rilancia, «dobbiamo trovare un sistema che debba invece isolare tutto quello che non riguarda le indagini. È un’operazione difficile che va fatta con animo freddo e pacato, in termini razionali, senza cadere nell’emotività».Sull’eventualità che ora le opposizioni si rivolgano alla Corte Costituzionale, secondo Nordio «non si vede quale possa essere il fondamento», visto che «le prerogative di un parlamentare sono molto chiare».
Ma in Parlamento c’è già un altro caso chat. E sono quelle relative all’indagine sulla scalata di Mps a Mediobanca, con le ipotesi di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza. La Procura di Milano a maggio aveva scritto ai presidenti di Camera e Senato per avere un’autorizzazione «preventiva» ad accedere alle conversazioni rintracciate nel telefono dell’ex direttore generale del Mef, Marcello Sala, non indagato, perché erano spuntati i nomi di nove parlamentari. Tra cui il ministro Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario Federico Freni, il viceministro, Maurizio Leo. E poi Edoardo Rixi, viceministro delle Infrastrutture, Matteo Salvini, il sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Per i pm quelle conversazioni potrebbero chiarire il ruolo del Mef e ricostruire i fatti. La giunta per le autorizzazioni ha però chiesto chiarimenti sulle «specifiche ragioni» che «renderebbero indispensabile il sacrificio della guarentigia costituzionale dell’inviolabilità della corrispondenza dei parlamentari», anche tenuto conto che i deputati interessati «non risultano indagati». Non solo, ha chiesto spiegazioni anche sulle «concrete modalità con cui è stata gestita la fase di estrazione e di selezione delle comunicazioni».La relazione integrativa della Procura dovrebbe arrivare nei prossimi giorni. I magistrati milanesi avevano però già spiegato che solo «in caso di accertamento della reale esistenza di comunicazioni» con questi parlamentari, che erano stati citati dall’ex direttore «e della loro rilevanza» per le indagini, si sarebbe passati per un’ulteriore autorizzazione del Parlamento.
Insomma, quella preventiva che avevano chiesto era necessaria solo per verificare la presenza di quelle chat sul telefono. Per acquisirle avrebbero chiesto un altro via libera. Ma è già battaglia.
