Il via libera del Parlamento alla risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, segna un passaggio politico fondamentale per gli investimenti in difesa e politiche energetiche garantendo contestualmente la tenuta dei conti pubblici. La sessione per la manovra 2027 potrà iniziare in autunno senza i patemi d’animo legati alla necessità di questo tipo di interventi. Sia Montecitorio che Palazzo Madama, infatti, hanno approvato l’attivazione della clausola di salvaguardia nazionale per questi due capitoli di spesa.
Giorgetti ha infatti ricordato l’instabile cornice geopolitica globale. «Lo shock energetico causato dalla crisi in Medio Oriente, associato alla crisi in Ucraina, costituisce una circostanza eccezionale al di fuori del controllo degli Stati membri, con un rilevante impatto negativo sulla crescita dell’economia e sulle finanze pubbliche», ha sottolineato. Il ministro ha rivendicato una linea di responsabilità contabile, precisando che «anche guardando oltre la crisi in corso, la riduzione della dipendenza da fonti fossili è comunque un aspetto fondamentale del miglioramento della sicurezza e della resilienza del Paese».
Il cuore della richiesta che l’Italia presenterà a Bruxelles riguarda la flessibilità su difesa ed energia per l’1,5% del Pil nel triennio 2026-2028 (circa 35-36 miliardi). Giorgetti ha spiegato che «la clausola originaria era quella sulla difesa ed era l’1,5% all’anno. Quello che c’è di nuovo è che nell’ambito di questo 1,5% uno 0,3% l’anno, per un massimo di 0,6%, può essere dedicato alla sicurezza energetica». Sull’energia l’orientamento è netto: «Noi sicuramente chiederemo tutto il massimo, quindi 0,3% più 0,3% uguale 0,6%» (circa 14 miliardi).
Sulla difesa prevale invece la prudenza: «Non prenderemo il massimo e ci fermeremo a 0,9%», ossia circa 21-22 miliardi.
Il ministro ha chiarito a Palazzo Madama che «la natura delle spese per la difesa richiede orizzonti pluriennali: noi riteniamo di usare in senso cumulato, lo 0,9% del Pil fino al 2028. E in particolare concentrare la prevalenza di questo scostamento dello 0,9% nel 2028, perché nel 2027 riteniamo difficile mettere a terra questo tipo di investimenti». Inoltre, sul fondo Safe, Giorgetti ha mantenuto totale prudenza: «Ad oggi l’interesse è vantaggioso rispetto a quello di un titolo di Stato, peccato che la struttura sia leggermente diversa e non paragonabile a nessun titolo di Stato. Per cui il Safe verrà valutato come chiede la risoluzione di maggioranza rispetto alla convenienza complessiva».Questo rigore ha scatenato la reazione dell’opposizione. Alla Camera, Giuseppe Conte (M5S) ha attaccato l’esecutivo: «Dovete andare a casa, adesso tocca a noi, i vostri danni saranno difficili da rimediare. Avete fallito anche sulla sicurezza». Fulminea e sferzante la replica di Giorgetti dal Senato, ricordando i disastri sui conti lasciati dal Superbonus 110%. «Se proprio voi continuate a insistere a dire che questo governo deve andare a casa. Ecco: io voglio andare a casa uscendo dalla procedura per deficit eccessivo e non lasciarvi questa triste incombenza. Lo faccio nell’interesse del Paese. E, se saprete vincere le prossime elezioni, anche vostro», ha chiosato.
Mentre l’esecutivo difende la linea contabile, resta aperto il confronto con le imprese. A margine del tavolo sull’ex Ilva al Mimit, il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, ha criticato l’insufficienza del taglio delle accise prorogato martedì dal Cdm. «Sui carburanti onestamente non riusciamo a gestirla, capiamo la difficoltà oggi del bilancio dello Stato, ma non possiamo neanche pensare che comunque 15, 17 centesimi diano un sollievo», ha detto. Orsini ha poi aggiunto che «l’Europa si dovrebbe chiedere come mai abbiamo perso le raffinerie nel nostro Paese, eravamo i migliori. Dovremmo potenziarci, visto che succedono cose dall’esterno che sempre di più impattano sull’industria e la competitività europea e italiana. Non ci dobbiamo mai scordare che rimanere dipendenti di altri diventerà sempre a lungo termine un problema, vedi la Cina».
