La controffensiva del Viminale parte da Bologna. A quattro giorni dagli scontri seguiti alla manifestazione convocata dal sindaco Matteo Lepore dopo la morte di Abderrahim Fakir durante un controllo di polizia, Matteo Piantedosi scende in campo, difende l’operato degli agenti, chiama in causa direttamente il primo cittadino e rilancia una delle misure simbolo del ministero: le bodycam in dotazione alle forze dell’ordine.
Il ministro dell’Interno sceglie gli studi dell’«Aria che tira», su La7, per rivendicare la linea del governo e respingere le accuse contro la polizia. «È l’ennesimo episodio che testimonia la complessità del lavoro delle forze di polizia. Dai video si evince che i poliziotti si siano approcciati con la sensibilità e la delicatezza che ci vuole in questi casi», afferma Piantedosi.
Pur ribadendo di voler attendere gli esiti dell’inchiesta, il titolare del Viminale lascia intendere quale sia la sua valutazione: «Chi opera in quei momenti deve prendere decisioni nel lasso di pochi secondi, credo che ci sia stata tutta l’attenzione e l’equilibrio che serve in questi casi. Aspettiamo le indagini della magistratura, ma credo si vada nella direzione del riconoscimento della correttezza degli operatori».
Ma è sul piano politico che l’intervento assume i toni più duri. Piantedosi punta il dito contro la scelta del sindaco Lepore di promuovere la manifestazione per chiedere «verità e giustizia» dopo la morte di Fakir. Una decisione che, secondo il ministro, ha finito per creare le condizioni nelle quali si sono inseriti i gruppi violenti protagonisti degli scontri. «Si poteva immaginare che potesse succedere quello che è successo. Non dico che abbia convocato la piazza in modo irresponsabile, ma evidentemente in maniera inconsapevole». E aggiunge: «Convocare una piazza per sollecitare verità e giustizia come se fosse necessario sollecitare chi se ne deve occupare credo sia una cosa sbagliata. Non dico che il sindaco debba chiedere scusa, ma prendere atto di quanto accaduto, visto che sono stati aggrediti poliziotti e danneggiati arredi urbani». La replica di Lepore arriva a stretto giro. «Attaccare me, attaccare i sindaci non risolverà alcun problema di ordine pubblico, a Bologna come altrove. Le istituzioni che si attaccano a vicenda danno forza a chi si oppone a esse». Il sindaco ribadisce che «le istituzioni devono essere unite davanti alle tragedie e isolare i violenti», sostenendo di non riscontrare «la stessa volontà da parte del governo». Piantedosi in tv annuncia inoltre l’avvio della prima fase del piano per dotare gli agenti delle telecamere personali. «Sta per partire il bando di acquisto. Nei prossimi mesi arriveranno cinquemila telecamere come prima dotazione», destinata a essere progressivamente estesa. Sul caso Fakir interviene anche la Cgil. L’Assemblea generale esprime «solidarietà e vicinanza» alla famiglia di Abderrahim Fakir, rilanciando l’appello affinché «emerga la verità e si faccia giustizia». Ma sopratutto fa discutere un volantino rilanciato sui social dalla presidente della sezione Anpi di Leca (Savona), Ester Bozzano, che accosta le immagini di Carlo Giuliani e di Abderrahim Fakir con la scritta «Chi chiami quando la polizia uccide?»
Una immagine che certo non contribuisce a rasserenare gli animi e provoca dure reazioni da parte del centrodestra. «Il manifesto choc dell’Anpi savonese» attacca la senatrice savonese di Fratelli d’Italia Paola Ambrigio «delegittima le forze dell’ordine. Così si alimenta un clima pericoloso, basta propaganda contro lo Stato».
