Non desistono e rilanciano la strategia del caos dettata dall’Iran, puntando ancora contro il loro nemico numero uno e l’obiettivo geostrategico più importante della regione, l’Arabia Saudita. Con un attacco a un serbatoio di carburante del colosso petrolifero del Regno saudita, la Aramco, gli Houthi hanno scatenato il primo grave allarme aereo su Riad dall’inasprirsi del conflitto nello Yemen, segnando una drastica escalation. Dopo una serie di esplosioni e allerte nella notte, un incendio è divampato in una delle cisterne nei pressi del King Khalid, lo scalo internazionale della capitale saudita, che da diversi anni non veniva lambito da detonazioni di questa portata. Le fiamme e il fumo nero che ne è derivato hanno provocato forti ritardi e cancellazioni dei voli, dando prova della vulnerabilità di Riad di fronte alle incursioni aeree della milizia yemenita. Ma non è tutto. Nel mirino, tramite droni, missili da crociera e missili balistici, sono finiti anche impianti petroliferi di Aramco nella città portuale di Yanbu, come gli estremisti hanno rivendicato.
Dopo gli attacchi contro
le basi militari statunitensi, dopo lo stop all’oleodotto Est-Ovest causato dall’offensiva sugli impianti energetici, si tratta di un altro duro colpo messo a segno dai «Partigiani di Allah» contro il cuore economico e infrastrutturale del Regno di Mohammed Bin Salman, che rischia di provocare ulteriori pesantissime conseguenze sui prezzi dell’energia. La stoccata arriva quattro giorni dopo l’intercettazione di un drone diretto alla Mecca, epicentro spirituale dell’islam, anche se gli Houthi negano ogni responsabilità. E l’aggressione si concretizza mentre gli scontri tra le forze governative yemenite sostenute da Riad e i ribelli filo-ayatollah proseguono violenti nel sud dello Yemen.
A definire il quadro politico in cui gli Houthi si stanno muovendo è ancora una volta il regime di Teheran. «La sicurezza sostenibile in Medioriente non può essere dettata dall’esterno della regione», ha spiegato il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi, con riferimento agli Stati Uniti. «Ogni guerra ha un costo che va ben oltre il campo di battaglia», ha aggiunto il ministro. Che è poi tornato dritto al punto su cui l’Iran
batte ormai da mesi, da quando è stato attaccato dagli Usa a febbraio e ha siglato a giugno il memorandum d’intesa con Washington, ora divenuto carta straccia. «Crediamo che la sicurezza sostenibile non possa essere aggiunta attraverso la presenza militare di potenze straniere e l’imposizione della loro volontà». Poco dopo, tramite il Qatar, Teheran ha trasmesso le sue condizioni per la conclusione delle ostilità. Sono quelle di sempre, sintetizzate in tre punti fondamentali: 1) la fine della guerra su tutti i fronti (compreso il conflitto tra ribelli yemeniti e Arabia Saudita); 2) lo stop al blocco navale di Hormuz; 3) lo sblocco dei fondi iraniani congelati. Il capo della sicurezza Moshen Rezaei dice di attendersi una risposta da Donald Trump, che in privato, secondo il Washington Post, avrebbe ammesso come molti dei problemi politici in vista del voto di midterm sono causati dal conflitto con l’Iran.
