Da una parte le capacità militari e missilistiche dei miliziani Houthi, dall’altra l’inerzia dell’Unione europea. Sono le due grandi minacce e incognite con cui fa i conti un’Italia costretta da una parte a non rinunciare alle forniture energetiche saudite e dall’altra a difendere i traffici navali attraverso Bab El Mandeb per garantire le nostre attività commerciali e portuali. Due fronti su cui s’allunga la minaccia Houthi. «La nostra è una resistenza armata legittima di fronte alla prolungata aggressione saudita. Non siamo in guerra con l’Italia e non intendiamo coinvolgere il vostro Paese. Ma ci chiediamo cosa ci fanno gli aerei italiani in Arabia Saudita». La dichiarazione di Muhammad Mansur, funzionario del ministero dell’Informazione Houthi arriva a 24 ore dall’attacco all’aeroporto di Taif che ha danneggiato uno dei 4 Eurofighter di TaskForce Air Arabia.
Una dichiarazione apparentemente conciliante, ma non sufficiente a rassicurare la Difesa. Anche perché la presenza in Arabia Saudita di 400 nostri militari, di una batteria missilistica Samp-T e di quattro cacciabombardieri Eurofighter è legata alle forniture di greggio e
prodotti raffinati indispensabili a fronteggiare la crisi energetica. Un ritiro analogo a quello effettuato da Erbil lo scorso marzo quando un drone iraniano colpì la nostra base non è dunque ipotizzabile. Il problema è però come proteggere i nostri militari. Proprio per questo ieri il ministro della Difesa Guido Crosetto ha chiesto ai vertici della nostra Difesa un rapporto sulle opzioni in grado di garantire la sicurezza del contingente. Un’equazione non facile. Anche perché l’impiego di aerei, radar e intercettori su un terreno piatto e desertico richiede attività che non possono essere condotte da rifugi sotterranei. Nel contempo le rappresaglie iraniane messe a segno contro Israele e le basi Usa nel Golfo dimostrano che neanche i più sofisticati intercettori, come gli americani Patriot o gli Arrows israeliani, garantiscono sicurezza assoluta.
A tutto questo s’aggiungono le evidenti capacità militari degli Houthi che una settimana fa - dopo aver fatto piazza pulita delle difese saudite - hanno dilagato nel Sud Ovest dello Yemen occupando il porto di Mokha e l’isola di Perim. Due conquiste che garantiscono il pieno
controllo di Bab El Mandeb. Ma, come dimostra l’attacco di venerdì alla base di Taif e quello di ieri all’aeroporto di Riad, gli Houthi dispongono anche di un sofisticato arsenale. L’appoggio decennale dei pasdaran e le forniture cinesi consentono di assemblare testate come il Palestine 2 capace di colpire Israele, il Quds in grado di volare a bassa quota per evitare l’intercettazione radar e i droni suicidi Samad e Qasef con portata di quasi 3mila km. Testate con cui dovrà fare i conti la nostra Marina Militare chiamata a difendere i traffici commerciali attraverso i 32 km dello Stretto.
Ma peggiori delle minacce Houthi sono forse l’inerzia europea e l’egoismo di alcuni partner Ue. Nel 2024 il Consiglio Ue varò la missione Aspides ben tre mesi dopo i primi attacchi Houthi. Ma dietro le lentezze si celano anche gli interessi di Paesi come la Germania ben consapevoli che una chiusura di Suez svuoterebbe le banchine dei porti di Trieste e Genova. A tutto vantaggio di quelli del mare del Nord.
