In prua, a fianco del cannone Oto Melara, che aveva abbattuto un drone lanciato dagli Houti e davanti ai portelloni dei missili Aster, vedevo bene le montagne dello Yemen passando con il cacciatorpediniere Caio Duilio, in assetto da combattimento, nello stretto di Bab el Mandeb. La «porta delle lacrime», un collo di bottiglia del mare largo appena 29 chilometri, meno di Hormuz, fra la penisola arabica e l’Africa. Passaggio cruciale, strategico, per il traffico marittimo commerciale dall’Asia verso il Mediterraneo attraverso il canale di Suez e viceversa. Dopo il 7 ottobre gli Houti, l’armata sciita yemenita alleata dell’Iran, ha minacciato con missili e droni questo canale giugulare globale, ma erano ancora lontani. Negli ultimi giorni i miliziani sono riusciti a conquistare città ed isole, che controllano lo stretto.
La mossa punta a strangolare l’Arabia Saudita e le sue esportazioni di greggio verso l’Asia, che dopo la strozzatura di Hormuz, partono soprattutto dal porto di Yanbu, sul Mar Rosso, fra Yemen e Suez. Gli Houti, furbescamente, minacciano apertamente solo sauditi e israeliani, ma è chiaro che dopo Hormuz hanno in mano un’eccezionale leva di ricatto economico nei confronti dell’Europa. In particolare dei paesi mediterranei come l’Italia. Prima del 7 ottobre transitavano per Bab el Mandeb 60-80
navi al giorno. Oggi sono ridotte a 24-31 e potrebbero diminuire ancora con l’avanzata Houti favorendo il periplo dell’Africa, rotta più lunga, costosa, che non rientra nel Mediterraneo, ma arriva nei porti del Nord Europa. Negli ultimi giorni il prezzo del barile del petrolio è schizzato oltre i 100 dollari.
E l’Italia è in prima linea: il Caio Duilio era una delle navi da militari inviate nel Mar Rosso all’inizio della missione europea Aspides per scortare mercantili e petroliere attraverso Bab el Mandeb. In questo momento abbiamo schierato la fregata missilistica multiruolo Carlo Bergamini con 130 uomini di equipaggio. Non solo: davanti all’uscita dallo stretto c’è la base logistica italiana a Gibuti dedicata al leggendario Amedeo Guillet. E la Task force Arabia con centinaia di uomini all’esercito e dell’aeronautica, batteria anti-missile, aerei e droni è schierata nella base saudita di Al Taif, a metà strada fra lo Yemen in mano agli Houti e Yanbu il porto petrolifero sotto tiro missilistico dei filo-iraniani. Il regno di Mohammed bin Salman è nel mirino dei Pasdaran dal 28 febbraio quando è scattato l’attacco aereo americano e israeliano. Per bypasare Hormuz i sauditi hanno aumentato il volume di greggio dell’oleodotto Est-Ovest, che arriva a Yanbu. Non è un caso che sia stato colpito più volte. L’ultima in contemporanea all’avanzata degli Houti verso Bab el Mandeb. Non dall’Iran
ma delle milizie sciite nel più vicino Iraq alleate dei Pasdaran. Dopo il 7 ottobre un filmato di propaganda della falange sciita mostrava una specie di centro di comando e controllo sotterraneo gestito dai Guardiani della rivoluzione con ufficiali di collegamento dell’Hezbollah libanese, delle Forze di mobilitazione popolare irachene e degli Houti.
Bin Salman ha chiesto appoggio aereo a Trump che non ci pensa nemmeno ad impelagarsi in un nuovo fronte di guerra. Stati Uniti e Israele avevano già bombardato gli Houti lo scorso anno dichiarando una vittoria infondata. L’erede al trono saudita proverà ad attivare l’«Accordo strategico di mutua difesa» con il Pakistan, che ha già mandato truppe, droni e caccia per difendere Riad dall’Iran, ma difficilmente rischierà di impantanarsi nello Yemen. I sauditi sperano nella cosiddetta Nato islamica, che coinvolge alcuni Emirati del Golfo e sopratutto la Turchia. Pure il sultano Erdogan non ha voglia di aprire un nuovo fronte in Medioriente, dove il conflitto regionale si sta trasformando in guerra degli stretti. Una minaccia che potrebbe durare molto a lungo e farsi sentire pesantemente sul pieno di benzina e il riscaldamento invernale a casa nostra.
