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Guerra

Trump punta il dito sul regime di Teheran. L’ombra dei pasdaran è la nuova miccia

Il tycoon: “Li faremo saltare in aria”. Netanyahu tra cautela ed escalation. A Londra un iraniano arrestato per l’incidente alla base Raf

Chi comanda a Teheran

Lupo solitario? Membro di un’organizzazione terroristica? Oppure aspirante martire per conto di qualche Stato nemico? In attesa di capire se il co-pilota e attentatore sul volo Dubai-Tel Aviv sia un burattino nelle mani di qualche entità statale, ci pensa Donald Trump a parlare apertamente di «collegamento» fra l’Iran e l’aspirante stragista. A espressa domanda, il presidente non tergiversa: «La risposta, in base a quello che sento, è sì, ma ci stiamo lavorando proprio ora». Le dichiarazioni del presidente americano confermano come le indagini sulla sventata strage possano riaccendere la miccia dello scontro aperto in Medioriente e nel Golfo Persico. Dopo il tentato dirottamento e la telefonata con Benjamin Netanyahu, il tycoon ha ribadito che intensi bombardamenti sull’Iran potrebbe ricominciare dopo le elezioni di midterm: «Magari li facciamo saltare in aria. Il momento sta arrivando», ha detto Trump mentre i negoziati con Teheran restano in stallo.

Più cauto è Benjamin Netanyahu e non potrebbe essere altrimenti a meno di un mese dalle elezioni del 27 ottobre in Israele, anche se un sondaggio di Channel 13, pubblicato mercoledì sera dopo l’attacco, per la prima volta dopo mesi dà la coalizione del primo ministro israeliano due seggi avanti rispetto al blocco dell’opposizione (54 a 52). Ogni parola e passo falso potrebbero costare la rielezione a Bibi, che ha dedicato la sua intera carriera politica ad avvertire il mondo dei rischi del terrorismo della Repubblica islamica e ha ribadito nelle scorse ore la convinzione che anche Hezbollah e gli altri proxy di Teheran stiano pianificando nuovi attentati. Netanyahu ha definito l’attentatore «un fanatico» che ha subìto un «indottrinamento islamista e radicale», ha parlato di «odio incalcolabile verso gli ebrei», ma al momento si mantiene cauto sulla pista iraniana: «Troppo presto per parlare di un coinvolgimento di Teheran», dice spiegando che i legami saranno chiariti «entro pochi giorni». Il premier attende elementi solidi, certezze, compresi dettagli sul ruolo degli Emirati Arabi Uniti, che hanno permesso a un omanita di pilotare l’aereo. Questioni cruciali, dopo le quali potrebbe ripartire la campagna militare contro Teheran, mentre la guerra economica degli Usa, per ammissione del ministro dell’Economia iraniano, lascerebbe alla Repubblica islamica «un mese» prima del collasso. Colpa del controblocco americano di Hormuz e delle sanzioni, comprese quelle alle compagnie aeree iraniane, che potrebbero essere all’origine del dirottamento.

L’Iran resta dunque l’elefante nella stanza, il principale sospettato. Ancor di più dopo l’arresto ieri nel Regno Unito di un giovane di 27 anni con doppia nazionalità, britannica e iraniana, con l’accusa di terrorismo per il presunto complotto alla base Raf di Fairford. Poche ore prima, anche il premier inglese Andy Burnham, aveva parlato di «forti indicazioni del ruolo di Teheran». E Netanyahu ha riferito di aver avvertito il Regno Unito di un imminente attacco terroristico sponsorizzato dal regime degli ayatollah, lamentando il fatto che, per tutta risposta, «Londra il giorno dopo ci ha imposto delle sanzioni».

La conferma di un coinvolgimento iraniano in un tentato dirottamento non solo sarebbe inquietante per compagnie aeree e governi di tutto il mondo, ma rischia di riaprire la prospettiva che Israele torni al conflitto diretto con la teocrazia islamica, al quale negli ultimi mesi il Paese si è sottratto, dopo i raid di fine febbraio, il cessate il fuoco di aprile, e gli scontri a fasi alterne avvenuti esclusivamente tra Teheran e Washington. Tanto basta per mettere in allarme l’intera regione. La sventata strage e la possibile regia iraniana sono una bomba a orologeria per il Medioriente a caccia di pace ma sempre più sull’orlo di una nuova escalation.

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