Chiamala Cisgiordania o West Bank, metti sui pessimi «coloni» le ragioni per cui la guerra non finisce. Ma se la chiami Giudea e Samaria, il suo nome storico, questa terra e la sua storia propongono un modo d’essere e di vedere che non ha niente a che fare col colonialismo, ma con la storia e l’identità, certo, con errori e vizi. Volti a est sono i monti sassosi e desolati, quelli a ovest fioriscono: per tremila anni sono state Giudea e Samaria, anche quando le occupava la Giordania dal ’48 al ’67. Ma è proibito pronunciarne il nome, si preferisce citare gli episodi di violenza di qualche centinaia di giovani insofferenti e violenti per scatenare la furia contro tutta Israele. Si preferisce ripetere, come Miliband e Macron, la parola «coloni» che cancella le mille ragioni per cui quest’area dimostrò a Rabin e Peres e anche a Reagan che «mai più ci si deve trovare in una strettoia senza la possibilità di difendere la propria sopravvivenza».
La gente che ci vive è religiosa e laica, di destra e di sinistra, oltre la Linea Verde permuta tecnici high tech, studenti, medici. Qui spende meno che a Tel Aviv, difende il proprio Paese, per loro «terra» e «nazione» non sono concetti negativi; sono la condizione per la sopravvivenza dei bambini nati qui. Questa storia è incomprensibile a chi cerca semplificazioni scansando l’aggressività dell’Iran, degli Hezbollah, di Hamas, e ama dire: «colonia». Questa parola non si usò quando la Giordania aggredì Israele, che vinse la guerra occupando poi quello che nessuno si sognava di definire Stato Palestinese. Dopo gli accordi di Oslo, l’Onu non ha mai chiesto che là sorgesse uno Stato palestinese.
Ci avventuriamo in Samaria con Boaz Haezni, di Kiriat Arba e Yehuda Shalem di Ofra: due cittadini educati e appassionati, mi conducono fra le circa 750mila persone, di cui 230mila abitanti di Gerusalemme est. Boaz non è religioso, Yehuda ha la kippah, ambedue senza paura nelle strade dense di attacchi terroristici. Ogni giorno, ogni notte, la gente che vive in Cisgiordania è oggetto di attacchi alle auto, nei campi, alle finestre, subisce furti e avvelenamenti di bestiame; gruppi europei e americani aiutano urlando «from the river to the sea». Per l’istituto Inss, di sinistra, gli attacchi del 2024 sono stati 6828, di cui 231 molto feroci, con 46 morti e 337 feriti. L’Onu sostiene che «in Cisgiordania» ci sono stati 1400 attacchi, 10 morti causati direttamente dai coloni, 27 in totale.
Acchiappiamo Yossi Dagan, energico capo del consiglio regionale della Samaria dal 2015, alla «terrazza del Paese», da cui si vede tutta Israele oltre la Linea Verde. «Se abbandoniamo, Israele diventa un bersaglio per missili». I monti della Samaria a nord e a sud della Giudea sono il guardiano della costa; la distanza fra il mare e la linea verde a volte è di 15 chilometri, se vuoi bombardare l’aeroporto eccolo là, e poi Tel Aviv, un aereo dal Giordano al mare ci mette tre minuti preziosi, la valle del Giordano scoperta darebbe via libera dalla Giordania, Iraq, Siria, Libano, Iran...«Noi siamo lo scudo», dice Yossi, che viveva a Sa Nur smantellata con Gaza, e ora spiega che le nuove fattorie sono 40 su 200, una rete di strade nuove e di bus uniscono in un’ora a Tel Aviv e a Gerusalemme, tutto è vicinissimo, «ecco vede laggiù? Le strutture industriali sono imponenti, la vera pace con gli arabi ben pagati». Per Dagan occorre lavorare duro: «La Giudea e Samaria sono ebraiche e difendono la pace e la democrazia. Tutte cose nostre. Siamo marcati da agguati, ma la Bibbia si svolge qui al 90 per cento, da quando Abramo giunse a Shechem e costruì l’altare al Dio unico per ringraziarlo della terra promessa. O a Shilo arrivò il popolo ebraico dall’Egitto con l’arca dell’alleanza!». Ogni sasso è segno del patto che ha cambiato il mondo. Benny Katzover vive a Elon More dove Dio promise ad Abramo la Terra, ha fondato il Gush Emunim, a Sebastia per 7 volte è stato sgomberato, e poi ha costruito Kedumim col permesso di Rabin. Di fronte alla cresta dei monti Ebal e Gherizim cita il Deuteronomio 11:24: «Ogni luogo che la pianta del vostro piede calcherà sarà vostro».
Nelle chavot, le fattorie elementari e incredibili, si frappongono ai palestinesi che cercano di espandersi in zona C. Ti spiegano che Israele è non solo il loro Paese da salvare, ma anche che si battono contro un mondo fanatico e autoritario, che uccide dissidenti, donne e gay.. e assicurano che per la sicurezza non impugnano le armi, ma chiamano la polizia. Sarà vero? Condannano i giovani violenti? Ci pensano i giudici, dicono.
Adi è alta e magra, la sua bambina bionda si spenzola dal terrapieno, le mucche al pascolo sono 120, la vite è pestata nei tini, le olive verdi nel piccolo frantoio le lavorano i ragazzi. L’esercito manda in aiuto quattro giovani: Shimon di 20 anni, Yossi 16 e mezzo, Hillel di 24 e Rachel di 20. Fanno il caffè e aiutano con le mucche e i bambini, un occhio sempre alla vallata: dalle case arabe parte la minaccia di una conquista della zona C. Ogni vetta ha un gregge da proteggere, un uliveto che spesso viene vandalizzato. Riccioli laterali e kippah sghemba, nella sua Havà, Amishav è il giovane che l’ambasciatore americano Huckabee, per altro amico di Israele, ha redarguito. Lui spiega che «non ha capito che volevamo difenderlo dalle provocazioni». Poco più in alto la città di Turmus Aja incombe... La moglie incinta sotto una tettoia di legno, si vanta: «Sono in arrivo nuove famiglie». Poi mostra un piccolo albero appena piantato: «A me importa solo fare fiorire la terra di Israele». E gli arabi? «Ho chiamato Havat Gilad la fattoria, Gilad mio fratello è stato ucciso mentre cercava di salvare dei gitanti caduti in un agguato. Gli hanno sparato». Havat Gilad sta in parte in area C e in parte in area B, quella che dovrebbe essere condivisa. Allungandosi nell’area B, Amishav taglia la strada a chi dal Turmus Aja cerca di allungarsi in area C. Lui pascola col mitra a tracolla. I settler non sono angeli, ma non sono certo diavoli, il passato non si cancella chiudendo la Bibbia e inventandosi «coloni» inesistenti; la battaglia iniziata tremila anni fa continua, e non solo per gli ebrei.
