Un alleato o un maledettissimo impiastro, oltreché un cattivo consigliere, responsabile di scelte fallimentari dall’Iran a Gaza? A questo punto Donald Trump farà bene a chiedersi quale sia il ruolo di Benjamin Netanyahu. Perché dopo averlo tirato dentro una guerra con l’Iran da cui Trump non sa come uscire il premier israeliano si prepara a trasformare in carta straccia il piano in quindici punti per il disarmo di Hamas e il ritiro israeliano da Gaza considerato, fin qui, l’unico vero successo negoziale raggiunto da «The Donald». Per non parlare delle voci secondo cui Israele preparerebbe un attacco unilaterale all’Iran capace di far saltare tutti i tentativi della Casa Bianca di adottare un’uscita morbida e graduale dal conflitto.
Ma partiamo dal piano in 15 punti per il ritiro israeliano da Gaza e il disarmo di Hamas. Da ieri anche l’unico successo negoziale vantato dal presidente Usa rischia di andare in fumo. Ieri, rivolgendosi ai suoi ministri Netanya hu ha platealmente annunciato di non aver nessuna intenzione di adottare il piano in quindici punti varato dal Board of Peace di Trump e accettato da Hamas, seppur con molti distinguo, come base per il disarmo. «Israele ha detto testualmente Netanyahu - non porterà avanti alcun ritiro finché Hamas non sarà disarmato».
La prima ragione del «no» di Bibi risiede ovviamente nelle condizioni poste da Hamas per arrivare al disarmo.Nel corso delle trattative dirette e indirette - in cui ha avuto un ruolo importate anche il genero di Trump Jared Kushner - Hamas ha chiesto di mantenere le armi individuali per garantire la creazione di un corpo di polizia. La consegna di quelle pesanti avrebbe dovuto procedere, invece, parallelamente e contemporaneamente al ritiro di quell’esercito israeliano che occupa oggi oltre il 65 per cento della Striscia. Condizioni assolutamente inaccettabili per il premier israeliano. «Quando dico che Hamas va disarmato intendo le armi pesanti quelle meno pesanti e tutte le altre armi», ha chiarito ieri Netanyahu, aggiungendo di pretendere «un disarmo autentico e non una disarmo di facciata».
Ovviamente il drastico «no» buttato in faccia all’alleato americano va inserito nel contesto di un Israele in aperta campagna elettorale. E interpretato alla luce dei tentativi di Netanyahu di riconquistare il favore popolare prima del voto del prossimo autunno. Anche in questo contesto però la sua presa di posizione appare decisamente sopra le righe e, soprattutto, difficilmente accettabile da una Casa Bianca in difficoltà su tutti i fronti. Oltre a rifiutare il piano per il ritiro israeliano da Gaza Netanyahu ha anche escluso qualsiasi possibilità di arrivare alla nascita di uno stato palestinese. «Per quanto riguarda la Striscia di Gaza - spiega Netanyahu - voglio chiarire il punto più importante: finché io sarò primo ministro non ci sarà uno stato palestinese né a Gaza né in Giudea e Samaria (Ciosgiordania). Non ci sarà né un Fatahstan né un Hamastan». Una ricusazione totale, insomma, di quanto era alla base della tregua firmata lo scorso ottobre e dei piani per la ricostruzione della Striscia di Gaza e il futuro dei palestinesi. A tutto ciò s’aggiungono le rivelazioni dell’emittente israeliana Canale 13, secondo la quale Israele si preparerebbe a colpire la Repubblica Islamica senza il coinvolgimento di Washington.
Un’iniziativa che il generale Dan Caine, capo dello Stato Maggiore congiunto degli Usa, definisce assolutamente controproducente. Anche perché i raid aerei, avverte Caine, non bastano a conseguire una vittoria.
