Inchiesta in fumo, crollano le tesi dell’ex pm

di Gian Marco Chiocci e Luca Rocca

Non è rimasto in piedi nulla, o quasi, della mastodontica inchiesta «Toghe lucane». Gli scenari ipotizzati dall’ex pm catanzarese Luigi De Magistris, le sue teorie sul sodalizio criminale tra istituzioni, magistrati, forze dell’ordine, avvocati, politici e uomini della ’ndrangheta, creato in Basilicata per condizionare l’attività politico-imprenditoriale e giudiziaria, sono crollati. Franati sotto i colpi «tecnici», vergati dal pm Vincenzo Capomolla che ha ereditato l’inchiesta dopo il trasferimento di De Magistris del gennaio 2008 conseguente alla decisione degli ispettori ministeriali che avevano evidenziato irregolarità nella gestione dell’indagine. Per tutti gli indagati eccellenti, politici di destra e di sinistra, magistrati antimafia, manager e membri del governo, è stata chiesta l’archiviazione. Un’inchiesta faraonica, costata milioni di euro, con una quarantina di persone coinvolte, 113 faldoni, 220mila pagine, 5 quintali di atti e 80 dvd da 5 gigabyte. Tutto distrutto. Disintegrato. Punto per punto vengono demolite le ipotesi che De Magistris era convinto non potessero mai crollare. Per l’ex pm ora alleato di Antonio Di Pietro era tutto chiaro fin dall’inizio, i ruoli erano ben definiti e ognuno, all’interno della «casta delinquenziale», svolgeva perfettamente il suo ruolo: l’ex sindaco di Matera ed ex senatore di An Nicola Buccico interveniva sulle pratiche di alcuni magistrati e ne otteneva prestazioni giudiziarie in suo favore; il sostituto procuratore di Potenza, Felicia Genovese, chiedeva l’archiviazione per l’ex presidente della Regione Basilicata, Filippo Bubbico, invece di astenersi perché nella vicenda aveva i suoi interessi il marito, Michele Cannizzaro, poi nominato direttore generale dell’ospedale San Carlo di Potenza come «premio» per l’archiviazione di Bubbico, considerato «punto di riferimento politico apicale» del comitato d’affari; Iside Granese, presidente del tribunale di Matera, che assicurava impunità all’allora presidente della Banca Popolare del materano, Attilio Caruso, ricavandone mutui di favore; Giuseppe Galante, procuratore della Repubblica di Potenza, che si lasciava corrompere per andare incontro agli interessi di questa associazione di delinquenti.
Un terremoto giudiziario. Coinvolti anche il presidente della camera penale degli avvocati di Matera, Giuseppe Labriola, che in quanto massone avrebbe condizionato i processi, in particolare quello relativo ai brogli di Scanzano Ionico; l’allora presidente della Regione, Vito De Filippo, finito nel vortice per la vicenda del villaggio turistico Marinagri e il procuratore generale del capoluogo lucano, Vincenzo Tufano, accusato di aver favorito un presunto «club di legali» creato per contrastare gli altri magistrati. Infine vengono indagati Luisa Fasano, ex dirigente della squadra mobile della questura di Potenza, che avrebbe condizionato avvocati e testimoni, e Vincenzo Barbieri, ex direttore della direzione generale magistrati al ministero della Giustizia, che garantiva «coperture istituzionali ai giudici del comitato d’affari».
Trentatré indagati che secondo De Magistris avevano creato una solida e impenetrabile consorteria criminale, capaci di manovrare, dai loro posti di potere, la vita politica, economica, imprenditoriale e giudiziaria dell’intera regione. E dentro, De Magistris ne era convinto, c’era anche la criminalità organizzata. Cannizzaro, ad esempio, era accusato di frequentazioni con Giuseppe Gianfredi, esponente di spicco della criminalità organizzata.
Tutto finito nel nulla. Per il pm Capomolla, infatti, non può valere per tutti l’assunto generalizzato della partecipazione all’associazione per delinquere se non è dimostrato, oltre che il reato, anche il collegamento fra chi l’ha commesso. Seguendo passo passo tutte le accuse ipotizzate da De Magistris, Capomolla le contesta una per una. Le ipotesi di reato contestate alla Genovese e al marito, ad esempio, non sono sostenute da «circostanze significative nella prospettiva di sostenibilità dell’accusa formulata» e non c’è «uno standard giudiziario adeguato per sostenere l’ipotesi d’accusa». Su Bubbico gli indizi non sono di «pregnanza tale da corroborare l’ipotesi della fattispecie corruttiva».
Crollata anche l’accusa a un altro pm, Gaetano Bonomi, che era apparso accanto a Bubbico in un congresso dei Ds, circostanza ritenuta sospetta da De Magistris e «priva di qualsiasi attitudine indiziaria» per Capomolla. E «privi di valenza indiziaria» sono anche i sospetti sul dirigente della squadra mobile Luisa Fasano, che insieme al procuratore generale Tufano era accusata anche di aver ostacolato le indagini del pm Henry John Woodcock. Smontate pure le accuse ai vertici locali dell’Arma dei carabinieri: «Non erano condizionati dal sostituto procuratore generale».
Quanto ai presunti illeciti nell’affaire dei brogli di Scanzano Ionico, si tratta solo di «soggettive valutazioni» dei testimoni di De Magistris. Le conclusioni del pm sono lapidarie: «Deve prendersi atto che, esclusa la consistenza indiziaria con riguardo ai reati ipotizzati nei confronti dei rispettivi indagati sopra richiamati, e stante l’inadeguatezza dimostrativa degli altri elementi evidenziati, rimane sguarnito il quadro indiziario anche con riferimento alla fattispecie associativa in esame». Così sia.

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