Dal tam tam sui social alla devastazione delle strade il passo può essere brevissimo. È la lezione «imparata» nel fine settimana di guerriglia a Milano. Non esistono obiettivi preferiti rispetto ad altri, tutto può essere preso d’assalto, dalla profumeria al negozio di scarpe, dal supermercato al ristorante. Per questo la città si blinda, quasi tutta: dal Duomo al Quadrilatero della moda i commercianti hanno paura e abbassano le saracinesche, i turisti evitano i negozi del centro. Molte strade sono deserte. La polizia presidia la città, nella consapevolezza che la miccia potrebbe accendersi ovunque. Si temono i gruppi di ragazzini, che sono delle mine vaganti: molti col volto coperto solo da una sciarpa e un cappuccio sono entrati nei negozi per rubare e devastare. «Ci hanno detto di chiamare non appena li vediamo arrivare», spiegano da via Montenapoleone. La tensione resta altissima fin dal primo pomeriggio alle 15, l’ora della nuova chiamata di «Italia in piazza», il movimento di protesta contro il caro vita. Sulle pagine Instagram e sui gruppi Telegram per tutto il giorno rimbalzano gli appuntamenti, tra bufale e incontri che restano solo virtuali. Si inseguono le voci di un assalto all’università Bocconi, con tanto di foto, ma si rivelano solo fake news.
Per tutto il pomeriggio di ieri in centro, in una giornata che scorre infine più o meno tranquilla, ci sono camionette a presidio dei luoghi «sensibili», decine di poliziotti in tenuta antisommossa e moltissimi locali chiusi. Si fanno controlli a tappeto: ai gruppi di ragazzi seduti sui marciapiedi viene quasi sempre chiesto di esibire i documenti. Arriva per una breve visita anche il ministro dei trasporti Matteo Salvini: «Sono venuto solo a portare solidarietà a carabinieri e poliziotti feriti», le sue poche parole. A pochi passi, a Palazzo Marino, si tiene il consiglio comunale: il tema principale sono gli scontri in città e molti consiglieri criticano duramente l’assenza del sindaco Giuseppe Sala in Aula. In serata, la maggioranza di centrosinistra si rifiuta di discutere la mozione di Fratelli d’Italia, con la richiesta di impegno formale della Giunta e del Sindaco a costituire il Comune parte civile nei procedimenti giudiziari contro i vandali. E il capogruppo Riccardo Truppo tuona: «Il centrosinistra volta le spalle alla città, incapace di condannare con fermezza la violenza». Alla fine si cominciano a contare i danni del fine settimana: i passanti alzano la telecamera del cellulare su una vetrina frantumata da un gruppo di ragazzini. «Oggi ci fotografano più del Duomo», chiosa, con sarcasmo, la commessa. È spaventato anche il direttore di un locale di via della Spiga che si ritiene «fortunato» perché non ha la vetrina di fronte alla strada. «Un conto è protestare, un altro è distruggere». Nel pomeriggio di ieri gli scontri richiamano anche cerca di sfruttare l’attenzione dei media. «I problemi nelle scuole sono reali, l’istituto che frequento io cade a pezzi, non funzionano i termosifoni e tanto altro», sono le parole dei due studenti diciottenni di un istituto superiore milanese, che presentano con una calza sul viso con il volto del rapper Kanye West. La piccola messinscena attira le videocamere. «Siamo mascherati per attirare l’attenzione w per essere notati su Internet. Volevamo semplicemente comparire su Tik Tok e vedere la rivoluzione». Ma sui motivi della rabbia che si è riversata in strada non danno risposte, semmai quel che dicono suscita ulteriori domande.
