Casi gonfiati e accuse fragili: quelli rovinati dalla giustizia

Dall'ex ministro Romano al provveditore Balducci in troppi messi alla gogna e poi scagionati senza scuse

Casi gonfiati e accuse fragili: quelli rovinati dalla giustizia

Non si tratta di demonizzare le indagini: i processi a volte vanno in un modo a volte in un altro. Quel che colpisce è, talvolta, la temeraria fragilità di capi d'imputazione che erano stati presentati da giornali e tv come rocce saldissime. E invece basta poco e si scopre che non era così. Il pregiudizio non ha retto al giudizio e il banchiere, il revisore dei conti, il politico di turno, ritrovano d'incanto l'innocenza perduta. Ci vuole poco a macchiare la storia di una persona: un pentito di mafia, un'operazione finanziaria magari complicata, altro ancora. E così certe indagini corrono verso il verdetto e tutti si convincono che alla fine la sentenza sarà una ghigliottina e taglierà le teste dei corrotti. E di chi aveva saltato le regole come ostacolo fastidioso. Poi ecco l'assoluzione. E il testacoda di certezze mai messe alla prova.
Assoluzione collettiva, come nel caso dei 19 imputati alla sbarra per i Mondiali di nuoto del 2010. Violazioni urbanistiche, ma quello che conta è il contesto. E quel rosario di nomi rimanda implacabile alle malefatte della presunta «cricca» e al «sistema gelatinoso». Ecco Angelo Balducci, un nome che porta dritto a maneggi e malversazioni e poi Angelo Zampolini, altra garanzia presunta di malaffare, quello dei lavori di ristrutturazione della casa di Claudio Scajola al Colosseo. Figurarsi. Anatema. Condanna prima ancora di iniziare a discutere. Salvo andare a sbattere, alla fine, contro l'assoluzione. E l'assoluzione è arrivata anche per Claudio Rinaldi, il commissario dei Mondiali di nuoto e deus ex machina del presunto scandalo delle piscine romane. Sorpresa. I reati tanto declamati non c'erano. E naturalmente questo non significa che Balducci sia uno stinco di santo o che la cricca e il sistema gelatinoso non esistano. Però ci vorrebbe cautela. Però non è corretto generalizzare. E fare, come si dice, di ogni erba un fascio. È facile, troppo facile, imprigionare in un fumetto nero di corruzione tutte le persone immortalate in una certa fotografia. Ecco l'indagine sul Sistri, il futuribile sistema sulla tracciabilità dei rifiuti: l'ex sottosegretario alla presidenza del Consiglio Carlo Malinconico, che aveva macchiato il governo dei tecnici, finisce ai domiciliari. Scatta la gogna. Ora si scopre che «non c'è mai stato alcun trasferimento di denaro né consulenze». Domicilairi revocati. Ma non funziona così e le sentenze ce lo dicono, strattonando le nostre certezze. Saverio Romano, ministro dell'Agricoltura nel governo Berlusconi, è stato dentro la nube dei sospetti per dieci anni. E per dieci anni la macchina della Procura ha girato contro di lui. Impresentabile. Un marchio negativo, quasi un brand al contrario, per il governo del Cavaliere. Poi, ecco l'assoluzione. Accolta in certi ambienti quasi con fastidio, come un incidente da superare, perché quando si coltiva un teorema non è facile ammettere che quell'ipotesi era sbagliata. Assoluzione. Come in un capitolo roboante della triste vicenda Italease. C'è la banca, anzi le banche, e allora il gesso dei media ha già tracciato sulla lavagna la lista dei cattivi. Per definizione. Salta fuori, filone nel filone, che due banchieri di Deutsche Bank e un revisore di Deloitte avrebbero truffato e falsificato nel grande calderone della banca. Quasi mille azionisti chiedono 34 milioni di risarcimento a Deloitte, il presunto mostro che non ha visto, che si è girato dall'altra parte, forte con i deboli e debole con i poteri forti. Peccato che non sia andata così: anche questa storia finisce in niente. Senza colpa e senza risarcimento. Si insegue la colpevolezza per ritrovare un lembo del mantello dell'innocenza. È l'eterno paradosso di un Paese che pensa di riscattarsi con le manette.


di Stefano Zurlo

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