Un editore mantiene 5 figli stampando libri in 50 copie

Giuseppe D'Ambrosio Angelillo è diventato editore, anche di se stesso, per necessità. Le sue necessità si chiamano Lisa, 44 anni, la moglie, Michele, 14, Tommy, 12, Angelico, 9, Maria, 7, e Antonia, 5, i figli. Potendo scegliere, avrebbe fatto lo scrittore a tempo pieno. Addita una pila di libri a propria firma, «saranno più di 100, ma meno di 200»: gli ultimi, Rivoluzione, «romanzo sul 1977», e Il professore di filosofia, «gioie e dolori di un docente nella disastrata scuola secondaria di oggi», contano rispettivamente 635 e 569 pagine. Ma ha anche scritto qualcosa come 5.500 pagine su Fëdor Dostoevskij, nove volumi che hanno richiesto un lustro di lavoro.
Giuseppe D'Ambrosio Angelillo - di qui in avanti solo Gda, per non sottrarre spazio a una storia di vita omerica - è un editore-artigiano, studioso di filosofia greca e tedesca, profondo conoscitore dei poeti russi e dei romanzieri americani, che spazia da Fedro a Sgarbi, passando per Petrarca, Machiavelli, Spinoza, Shakespeare, Manzoni, Apollinaire, Rimbaud, Wilde, Proust, Tolstoj, Kafka, Collodi, Cechov, Dickens, Nietzsche, Rilke, Melville, Baudelaire, Pessoa, García Lorca. Gda fa surf su letteratura, filosofia e poesia d'ogni epoca. E lo fa a modo suo, con tirature che non superano le 50 o 100 copie. Si disegna da solo le copertine, più spesso le dipinge ad acquerello, a una a una, intendo. Rilega i libri a mano. Stende di proprio pugno, con una calligrafia ornata, le opere più brevi oppure affida al tipografo le più lunghe, decidendo però per ognuna quale carattere usare. Trascrive i manoscritti di alcuni libri con una Olivetti Lettera 22 e riproduce le pagine così ottenute. Insomma, fa di ciascun volume un'opera unica. Che poi va a vendere per strada, «a 5 euro, perché la considero una missione», anche quando il prezzo di copertina, già basso di suo, sarebbe di 10, 12, 14 o 16 euro, «quello vale nelle librerie Mondadori, Rizzoli, Feltrinelli o per le vendite online su Google Play, Amazon, Ibs; chiedo 10 euro solo per i libri a mano, anche se su Ebay li ho visti in vendita a 90». Ha appena pubblicato Mi ritiro dai miracoli, «poemetto imperfetto» di Vincenzo Mollica, un lavoro da amanuense con i disegni del giornalista che segue cultura e spettacoli per il Tg1: «Doveva darlo alla Einaudi, ma ha preferito me perché voleva un libro artistico».
Prima di diventare il proprietario-factotum di Acquaviva, casa editrice di nicchia con sede a Milano chiamata così in onore del paese natale, Acquaviva delle Fonti, Gda è stato contadino nella sua Puglia e ad Arles, in Provenza; pescatore di cozze a Lampedusa; fornaio ad Assago; imbianchino a Londra; portapizze a Firenze; rilegatore a Venezia, insegnante d'italiano a Berlino; lavapiatti alla mensa della Breda di Sesto San Giovanni. Poi operaio in una fonderia di Affori dove si producevano vasche da bagno: «Cinquanta gradi. Lavoravo in mutande. Ogni mezz'ora un mio compagno si toglieva la canottiera, strizzava per terra il sudore e urlava: “Dove sono i sindacalisti? Perché non vengono mai a misurare il nostro grado di sfruttamento?”». Poi, conseguita la laurea in filosofia alla Statale, supplente in vari licei lombardi, fino a quando non fu licenziato perché non dava i voti e s'era messo in testa di far studiare ai suoi allievi un solo filosofo, Arthur Schopenhauer, e una sola opera del medesimo, Il mondo come volontà e rappresentazione: «“Questo metodo didattico non si usa neppure all'università!”, strepitò la preside. Da allora non è cambiato nulla. Al liceo Tito Livio vogliono cacciare Giovanni Tristano, docente d'italiano nella classe del mio primogenito, perché insegna ai ragazzi come si fa a scrivere racconti».
Gda è nato il 7 febbraio di 57 anni fa. «Quella fu l'unica volta in cui Acquaviva delle Fonti restò sotto due metri di neve, Mia Martini ci ha fatto pure una canzone, La nevicata del '56». I genitori, Domenico e Maria, contadini, avendo quattro bocche da sfamare e dovendo stare tutto il giorno nei campi, lo affidarono ai dirimpettai Michele e Antonietta Angelillo, una coppia senza figli: «Lei faceva la sarta in casa e quindi poteva accudirmi. A 12 anni fui adottato legalmente e questo spiega il doppio cognome». Nell'autunno 1976 approdò a Milano. «Era la prima volta. Non conoscevo nessuno. Mio padre mi aveva dato 70.000 lire. Ne spesi 7.000 solo per il treno. Scesi alla Centrale alle 9.30. Alle 12 avevo già trovato casa e lavoro: autista di notte».
Non credo che fosse partito dalla Puglia per fare l'autista al Nord.
«Avevo il mito di Milano. Ce l'ho ancora. Tutto ciò che di nuovo s'è visto in Italia, è nato qui: il futurismo, il socialismo, il fascismo, il berlusconismo. Quello che si pensa e che si fa, prima lo si pensa e lo si fa a Milano. È la capitale concreta del Paese. Salvatore Quasimodo vinse il Nobel a Milano, Luigi Pirandello e Giovanni Verga divennero scrittori a Milano, Alda Merini era di Milano. Di mio avrei fatto il commesso di libreria. Presentai il curriculum alla Feltrinelli di piazza Duomo, ma fui respinto perché sapevo troppe cose».
Lei mi ricorda un apolide.
«In effetti persi un portafoglio ad Atene con dentro 150 dracme. In compenso ne trovai uno a Grado che conteneva 100.000 lire ma non lo restituii. Quei soldi mi servivano per continuare la vacanza con una sventola che era identica a Betty Page, non so se ha presente».
Si definisce «poeta di strada».
«È una dizione che tutti mi hanno copiato. Ho pubblicato due antologie intitolate così, Poeti di strada. Batto le vie di Brera. La seconda domenica del mese mi trova in piazza Diaz, l'ultima domenica sul Naviglio Grande. Marcello Dell'Utri, il maggior bibliofilo che esista in Italia, è mio cliente. Ogni anno organizza il Salone del libro usato e non manca mai d'invitarmi».
Invece i critici letterari la snobbano.
«I critici sono provinciali prezzolati, non capiscono nulla di cultura. Farei un'eccezione solo per Aldo Busi, che però è uno scrittore. Il peggiore è Pietro Citati, per anni recensore della Repubblica. È stato il mio giornale fin dal primo numero, 14 gennaio 1976. Lo scelsi per la testata, pensando a Platone, si può essere più scemi? Oggi ci leggo cose allucinanti quattro giorni su sette».
Quando scrisse il suo primo libro?
«A 17 anni. Era una raccolta di poesie, Dietro un mucchio di assurdo, autopubblicata col ciclostile. Non so quanti ne sono usciti da allora. Ho seguito il consiglio di Ernest Hemingway: se ti metti a contarli, smetti di scrivere».
Più di 100, anche se meno di 200, mi sembrano tantissimi.
«Perché? Sono passati 40 anni, eh. Il farmacista non alza la saracinesca ogni mattina? Be', io scrivo. Nulla dies sine linea, nessun giorno senza una linea, come diceva il pittore Apelle. Appena alzato, tiro subito fuori due o tre racconti da quello che ho sognato».
Quello che ho sognato, io non me lo ricordo quasi mai.
«C'è una tecnica: apri gli occhi e non pensi ad altro che ai sogni fatti. La mattina due ore se ne vanno così. Altre due ore di scrittura dopo cena. Poi taglio la corda. Gli artisti a Milano escono la sera, come le chiocciole. Di giorno incontri la norma: cravatte e scarpe lucide. Di notte conosci gli impresentabili».
È dura mantenere cinque figli pubblicando libri in 50 copie?
«Aggiunga me e mia moglie. Lisa mi aiuta nel mio lavoro. Di cognome fa Paasuke. Viene da Tallin, Estonia. La conobbi nel 1993 a Berlino. Stava lì con un coro per uno spettacolo. Ci scambiammo gli indirizzi e cominciammo a scriverci. Quando mi raggiunse a Milano, fu respinta alla frontiera: problemi di visti con l'Urss. Allora la seguii sul volo di ritorno. Rimanemmo chiusi per tre giorni dentro l'aeroporto di Francoforte, come Tom Hanks in The terminal. C'era la luna piena».
Stavamo parlando di pane e companatico.
«Cinque figli ti danno un'energia inimmaginabile. Ti svegli e sai che devi cominciare a correre per loro. Prima di sposarmi, non avevo di questi pensieri. Nel 1987 rimasi per tre mesi senza un soldo e scoprii che potevo vivere lo stesso. Un'amica insisteva per offrirmi 300.000 lire, sosteneva che mi sarebbero servite. Le rifiutai. E non mi accadde nulla di male».
Vada a dirlo alle famiglie in crisi.
«I veri bisogni sono minimi. Quando studiavo filosofia medievale all'università, decisi di imitare i monaci che digiunavano per poter vedere Dio. Non lo vidi, però stetti 27 giorni senza mangiare. I primi tre ti viene un mal di testa atroce, dal quarto giorno cammini a un metro da terra. Aravo il campo di mio padre in 24 ore anziché in 48. Ero in perfetta autosufficienza. Un mio amico medico mi disse che avrei potuto rinunciare senza danni anche al cappuccino che, per non essere da meno di Marco Pannella, mi concedevo al mattino. “Effetto placebo, non ti serve”, sentenziò. Era vero. Dopo un mese potevi suonare il mio petto come se fosse una fisarmonica: ogni costola un tasto. Da allora non ho più pranzato a mezzogiorno. Comunque i greci dicevano che chi si occupa d'arte non deve preoccuparsi: gli daranno da mangiare gli dei. Milano ha un cuore grande. Non ha mai lasciato un artista senza pagnotta».
Alda Merini ce l'ha lasciata eccome.
«Una volta fermò per strada Enrico Cuccia. “Ho fame”, stese la mano. “Buon segno”, mormorò gelido il burattinaio di Mediobanca, tirando dritto. Alda vendeva le sue poesie nel bar Chimera di via Cicco Simonetta a 1.000 lire l'una per comprarsi un panino. Io gliene acquistavo due o tre al colpo. Ma la sua non era una povertà subita: era una scelta di vita. La condizione umana è di miseria. Vuol sapere perché?».
Sì.
«Perché si muore. Ero amicissimo di Alda. Mi ha fatto pubblicare 36 suoi libri. La Einaudi, che la teneva sotto contratto, voleva impedirglielo. “Se osate toccare Giuseppe, non vi darò più nulla”, minacciò, e fui lasciato in pace. Quando era malata, chiamava me. Nel suo ultimo anno andavo da lei quasi tutti i giorni, le facevo le punture. È la più grande poetessa del mondo. Non vinse il Nobel solo perché gli editori italiani sono pirla. Fu premiata la polacca Wislawa Szymborska. Ma chi è? La Merini ne vale tre, di Szymborska. Aveva dentro di sé Dante Alighieri, Cecco Angiolieri, Pierpaolo Pasolini».
Ma era davvero da manicomio o sono da manicomio quelli che ce la rinchiusero per dieci anni?
«Non era affatto pazza. Quando apprese che una sua ex compagna s'era ammazzata nell'ospedale psichiatrico, stette malissimo e fu lì lì per imitarla. Allora telefonò al fotografo Giuliano Grittini e gli disse: “Vieni a casa mia”. Grittini la trovò nuda nel letto e lei pretese che la ritraesse in quello stato. Solo così riuscì a superare la tentazione del suicidio. Si nasce nudi, si muore nudi e soprattutto si vive nudi. La nudità per Alda corrispondeva alla verità. Il poeta ha la verità per vocazione, anche contro se stesso. Alda ce l'aveva».
Mi dia una definizione di Gda.
«Sono un umanista. Mi sento come gli ebrei, estraneo a chiunque, senza terra. Però faccia caso: i popoli antichi sono spariti tutti, sumeri, babilonesi, egizi, ittiti, assiri, fenici, tutti tranne gli ebrei, che resistono con la loro Torah e le loro tradizioni. E poi mi considero un super politico, cioè al di sopra della politica. In Italia abbiamo avuto due giganti, Giovanni Gentile e Antonio Gramsci, ma nessuno se li fila perché il primo era fascista e il secondo comunista. Eppure Gentile ha scritto l'unica opera di filosofia su Karl Marx, talmente bella che fu elogiata da Lenin».
Che cos'è un libro?
«Una presenza spirituale. È un'anima che sta lì, dentro casa tua».
Il 58% degli italiani senz'anima: mai letto un libro in vita loro.
«Non è vero. Queste sono falsità diffuse da editori avidi, abituati a piangere il morto. Con la crisi le vendite di prosciutto sono calate del 20%, quelle di libri solo dell'8%. Gli italiani leggono molto e amano i poeti. E come potrebbe essere altrimenti? Hanno inventato l'umanesimo. Il New Yorker ha pubblicato un intero numero per chiedersi che mondo sarebbe stato senza l'Italia. E s'è dato la risposta: un mondo molto povero.

Ogni italiano ha la sua lingua, ha la sua poesia e ha il suo partito. Ogni italiano è un partito unico».
Un popolo di egocentrici.
«No, di creativi, di artisti. Per questo l'umanità si ricorderà in eterno di noi».
(638. Continua)
stefano.lorenzetto@ilgiornale.it

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