Si studia in geografia alle elementari: le radici degli alberi e la terra sono fondamentali per trattenere l’acqua in caso di allagamenti. Ma forse i dirigenti della Regione Emilia Romagna erano assenti a quella lezione. Perché - ben sapendo di essere una delle aree con il maggior rischio esondazioni - hanno autorizzato la cementificazione di 11mila ettari (110 km quadrati) dal 2006 al 2022, quasi tutti in aree alluvionabili.
Nei suoi dieci anni di amministrazione, Stefano Bonaccini non si è occupato del problema. Ha rimandato, e rimandato ancora. Così come ha chiuso nel cassetto le mappe (quasi totalmente colorate in rosso, massimo livello di esposizione) sul rischio idrogeologico del suo territorio. Evidentemente in nome di altre priorità.
I 350 mm di acqua piovuti dal cielo nel 2023, i 23 fiumi esondati, le 17 vittime, i 36mila sfollati sono stati il risultato di anni di politiche sbagliate, di colate di cemento ritenute più redditizie di un piano anti esondazioni. E se domani dovesse ripiovere quella quantità di acqua, i danni sarebbero pari a quelli di tre anni fa, o forse ancora di più. «Un ettaro di suolo sano e ben permeabile arriva ad accumulare quasi quattro milioni di litri di acqua, una quantità enorme, pari a 150 tir che trasportano bottiglie d’acqua - spiega Paolo Pileri, docente di Pianificazione territoriale e ambientale al Politecnico di Milano - Se quel suolo viene cementificato, si azzera quella funzione e quindi quando piove quell’acqua rimane in superficie o va nei corpi idrici superficiali ingrossandoli e aumentando la quantità d’acqua che vediamo durante le alluvioni e di conseguenza danni e vittime».
Per riparare ai danni dell’alluvione di tre anni fa, il Governo ha stanziato 2,7 miliardi di euro per realizzre 6.400 opere pubbliche. Ma siamo in grado di dire che la metà di quei soldi deve ancora essere spesa e che molte opere non sono nemmeno lontanamente vicine alla conclusione dei cantieri. Quindi, se i torrenti innocui dell’Emilia Romagna si dovessero nuovamente trasformare un una furia d’acqua, ci troveremmo a raccontare di un nuovo disastro ambientale, almeno in alcune aree. «L’Emilia Romagna - interviene il consigliere regionale Pietro Vignali (Fi) - non ha nemmeno saputo cogliere le opportunità del Pnrr, limitandosi a interventi minori. È mancata la programmazione e la burocrazia regionale ha complicato tutto». Come mai un intervento anti alluvione su quattro non è stato completato? Gli intoppi riguardano principalmente le casse di laminazione, cioè le opere idrauliche progettate per contenere temporaneamente l’acqua di un fiume durante le piene, riducendo il rischio di esondazioni a valle. La prima delle due casse previste sul torrente Lavino non entrerà in funzione prima del 2028, nonostante dell’opera si discuta da molti anni e la Regione si prodighi in vari annunci. L’ultimo riguarda la suddivisione del progetto in due lotti per accelerarne la realizzazione. Ma questa soluzione rischia di produrre un’opera incompleta in quanto il primo lotto potrebbe diventare operativo, mentre il secondo rimarrebbe subordinato a una pianificazione di bacino ancora da approvare.
Per la cassa di San Cesario manca ancora una data certa di completamento in quanto non è stato mai fatto il collaudo. Lungo il Savio risultano cinque siti estrattivi che avrebbero dovuto essere riconvertiti per contribuire alla sicurezza idraulica: solo uno sarebbe stato messo in sicurezza. Il piano delle attività estrattive del Comune di Cesena, approvato nel 2017, prevedeva che l’attività nelle cave fosse conclusa. Tuttavia, per i poli di Cà Tana e Il Trebbo la progettazione delle opere idrauliche non sarebbe ancora iniziata.
