Per quasi quarant’anni è stato difficile pronunciare il nome di Emma Bonino senza pensare a Marco Pannella. Due figure diversissime, quasi opposte, eppure legate da uno dei sodalizi più longevi e riconoscibili della politica italiana. La morte della Bonino, avvenuta oggi a Roma a 78 anni, chiude anche simbolicamente la storia di quella coppia radicale che, con percentuali elettorali spesso minuscole, riuscì a incidere sul costume e sulle leggi italiane assai più di molti partiti di massa.
Pannella era il tribuno, Bonino la pragmatica. Lui debordante, provocatorio, capace di parlare per ore passando dalla giustizia alle carceri, dall’Europa alla fame nel mondo. Lei asciutta, metodica, allergica alle liturgie e molto più incline a trasformare un principio in una campagna concreta. Pannella metteva in scena la battaglia politica, anche usando il proprio corpo con digiuni e scioperi della sete. Bonino la organizzava, la portava nelle istituzioni, cercava di farla diventare legge.
Si incontrarono politicamente negli anni Settanta. Nel 1975 la Bonino si autodenunciò per aver praticato un aborto clandestino e venne arrestata. L’anno successivo entrò alla Camera insieme a Pannella. Da quel momento le loro biografie finirono per intrecciarsi con la stagione più famosa del radicalismo italiano: referendum, raccolte di firme, disobbedienza civile, battaglie sul divorzio, sull’aborto, sull’obiezione di coscienza, sul finanziamento pubblico ai partiti, sulle carceri e sui diritti individuali.
Erano una strana macchina politica. Pannella intuiva battaglie che spesso sembravano marginali e le imponeva all’agenda pubblica. La Bonino, con il passare degli anni, diventava invece la traduzione istituzionale di quella cultura radicale. Parlamentare, commissaria europea, ministra degli Esteri: mentre Pannella restava irriducibilmente Pannella, la Bonino entrava nei palazzi senza abbandonare il bagaglio politico costruito insieme a lui. Fu proprio questa differenza, alla fine, a separarli.
Negli ultimi anni Pannella considerò la Bonino sempre più distante dalla militanza radicale e troppo inserita nei circuiti istituzionali e internazionali. Le tensioni esplosero tra il 2014 e il 2015, fino alla rottura pubblica. Una separazione dura, anche personale, che la Bonino non nascose di aver vissuto con sofferenza. “Ad un certo punto smettemmo di parlarci e non ho mai capito fino in fondo il motivo, una decisione sua”, raccontò. Non aveva mai smesso, del resto, di riconoscere il debito nei confronti dell’uomo con cui aveva condiviso una parte enorme della propria esistenza: “Marco ha segnato la mia vita come nessun altro”.
È forse questo il paradosso che racconta meglio il loro rapporto. Si divisero proprio perché per decenni erano stati quasi inseparabili. Avevano finito per immaginare due strade differenti per difendere la stessa eredità: Pannella attraverso la mobilitazione permanente e la provocazione, Bonino attraverso le istituzioni e la diplomazia.
La frattura non riuscì però a cancellare ciò che era venuto prima. Per la Bonino, Pannella rimase il maestro, il compagno di battaglie e, in qualche misura, il padre politico. Fino a definirlo, anni dopo, “a suo modo e con i suoi modi” un padre della patria. Due radicali diversissimi, dunque. Prima alleati, poi amici, infine divisi. Ma politicamente impossibili da raccontare fino in fondo l’uno senza l’altra.
