Il prossimo 20 ottobre il prefetto Renato Cortese tornerà per la seconda volta davanti ai giudici della Cassazione. Tredici anni dopo una notte romana nella quale doveva fare ciò che aveva fatto per tutta la vita: cercare un latitante. Il ricercato, in seguito, è stato preso in Francia e adesso è tornato libero. Il poliziotto, invece, è rimasto prigioniero di quella notte perché condannato per il reato inesistente di sequestro di persona per la vicenda Shalabayeva.Per capire questa storia bisogna cominciare da qui. Non dalla moglie del ricercato, non dal Kazakistan (che oggi è un Paese amico dell’Italia), non dalle successive battaglie politiche e diplomatiche. Ma dalle informazioni che aveva davanti un funzionario dello Stato in quel maggio del 2013 che gli ha stravolto la vita.Il latitante Mukhtar Ablyazov è stato ministro dell’Energia in Kazakistan, poi presidente della BTA Bank, la più importante istituzione finanziaria del Paese. Lì ha cominciato a costruire il suo impero parallelo: fondi travasati in società di comodo, immobili intestati ai cognati, prestiti fittizi per miliardi di dollari. Il crack della banca lo travolge nel 2009. Lui scappa a Londra. I documenti raccontano di un uomo condannato all’ergastolo in contumacia per l’omicidio del suo socio, Yerzhan Tatishev, travestito da incidente di caccia. Di un banchiere che ha fatto sparire, a detta della giustizia kazaka, russa, britannica e americana, circa 10 miliardi di dollari dai conti della BTA Bank. Di un fuggiasco che ha raggirato la giustizia inglese usando prestanome, società offshore e passaporti falsi. Di una rete familiare tra moglie, figli e cognati, che ha fatto da scudo e da collettore per nascondere proprietà milionarie tra Londra, la Svizzera e i Caraibi. Ecco chi è Mukhtar Ablyazov.Non un eroe della libertà, ma un manager pubblico diventato saccheggiatore del suo stesso Paese, poi «oppositore» solo quando ha capito che il potere non lo proteggeva più.Per questi fatti all’epoca non compare sui terminali della cooperazione internazionale di polizia come un oppositore politico da proteggere. Compare come un uomo da arrestare. Lo certifica un documento dell’Interpol che permette di rileggere l’intera vicenda da una prospettiva difficilmente equivocabile. Lo firma Ronald K. Noble, allora segretario generale dell’Interpol, e ha come destinatario Alessandro Pansa, capo della polizia. Noble scrive che Ablyazov nel 2013 è ricercato ai fini dell’arresto da tre Paesi membri dell’Interpol: Kazakistan, Russia e Ucraina, per gravi reati. Due «Red Notice», che è l’avviso internazionale di ricerca finalizzato all’arresto. Non equivale tecnicamente a un mandato d’arresto internazionale autonomo emesso dall’Interpol: è una segnalazione diffusa dall’organizzazione su richiesta di un Paese membro, affinché la persona venga localizzata e, secondo le leggi dello Stato in cui viene trovata, possa essere arrestata provvisoriamente in vista dell’estradizione. Le richieste arrivavano da Astana e Mosca, e una diffusione diramata da Kiev. E precisa una circostanza essenziale: quegli avvisi sono ancora validi e non sono sottoposti «a restrizioni o condizioni particolari». Non basta. Il Kazakistan lo ricerca dal 2009 per appropriazione indebita di una grossa somma di denaro; la Russia, dopo una prima diffusione del 2011, ottiene nel 2013 una «Red Notice» per frode; l’Ucraina ne chiede l’arresto per falso documentale. E nella richiesta kazaka c’è un’avvertenza che, per un investigatore, non è un dettaglio: Ablyazov deve essere considerato pericoloso. Questo è l’uomo che Cortese deve trovare.E l’allora capo della Squadra mobile di Roma di mestiere trova uomini che non vogliono essere scovati. Cortese ha dato la caccia ai mafiosi in Sicilia, ha partecipato alla cattura di Giovanni Brusca e Pietro Aglieri, fra gli altri, ha guidato l’indagine che chiude i quarantatré anni di latitanza di Bernardo Provenzano. Ha lavorato contro Cosa nostra, contro la ’ndrangheta a Reggio Calabria, contro il crimine organizzato romano. Ha guidato lo Sco, il reparto che coordina le Squadre mobili italiane, ed è stato anche questore di Palermo. Nel maggio 2013 gli dicono che un latitante internazionale è a Roma. E lui lo cerca.Quello che Cortese non poteva sapere Qui la storia prende la forma di una trappola.Ablyazov aveva ottenuto nel Regno Unito lo status di rifugiato. Ma c’è un altro fatto, contenuto nel documento firmato dal segretario generale Ronald K. Noble: quell’informazione non era stata comunicata all’Interpol.Noble scrive che non aveva ricevuto «alcuna comunicazione ufficiale dal Regno Unito, né da un altro Paese» sul riconoscimento dello status di richiedente asilo o rifugiato ad Ablyazov. Spiega inoltre che dal 2011 l’Interpol aveva ripetutamente chiesto al proprio ufficio di Londra di localizzare il latitante in vista dell’estradizione, indicando proprio il Regno Unito come possibile Paese di destinazione. Londra non risponde.Dal gennaio 2011, scrive Noble, il segretariato generale dell’Interpol non aveva ricevuto alcuna risposta dall’ufficio britannico sul caso. E c’è una frase che, riletta tredici anni dopo e alla vigilia di un’altra Cassazione per Cortese, ha qualcosa di paradossale: la consultazione delle banche dati Interpol da parte dell’Italia non avrebbe potuto rivelare che ad Ablyazov era stato concesso dal Regno Unito lo status di rifugiato o richiedente asilo.Non è un’interpretazione della difesa di Cortese. Non è il ricordo di un poliziotto che tenta di giustificarsi dopo i fatti. Lo scrive il numero uno dell’Interpol in una lettera al capo della polizia.E Noble conclude in modo ancora più netto: per il segretariato generale dell’Interpol e per qualunque Paese membro che avesse interrogato quelle banche dati, Ablyazov risultava ricercato ai fini dell’arresto da tre Stati per gravi reati.Nessun Paese membro avrebbe potuto apprendere attraverso l’Interpol che il Regno Unito gli aveva riconosciuto lo status di rifugiato. Questa è la fotografia istituzionale che Cortese aveva davanti. Non un uomo da proteggere ma un latitante da catturare.Casal Palocco La notte tra il 28 e il 29 maggio la polizia entra nella villa di Casal Palocco dove ritiene che Ablyazov si nasconda. Lui non c’è. È riuscito a fuggire. C’è invece Alma Shalabayeva. La donna non consegna il documento che avrebbe consentito di identificarla con certezza come la moglie del ricercato, ma utilizza un passaporto che viene ritenuto falso e si presenta come Alma Ayan e continua a sostenere questa identità anche davanti all’autorità giudiziaria. Da quel momento prende avvio un procedimento amministrativo di identificazione ed espulsione che coinvolge l’ufficio immigrazione. La donna viene portata al Cie di Ponte Galeria e, due giorni dopo, su ordine del giudice di Roma, rimpatriata in Kazakistan con la figlia Alua.Ed è qui che il destino di Cortese si rovescia. Il poliziotto incaricato di cercare il latitante viene progressivamente trascinato dentro la vicenda amministrativa della moglie del latitante. L’uomo che doveva catturare Ablyazov finirà accusato, insieme ad altri colleghi Maurizio Improta, Francesco Stampacchia, Luca Armeni e Vincenzo Tramma, di sequestro di persona per il rimpatrio della donna. E per loro cominciano tredici anni di processo.Il latitante che resta latitante Ablyazov sfugge alla polizia italiana.Ma non smette per questo di essere ricercato. Il 31 luglio 2013, due mesi dopo il blitz a Casal Palocco, viene trovato nel Sud della Francia, a Mouans-Sartoux, una trentina di chilometri da Nizza. Ad arrestarlo è la Brigade de Recherche et d’Intervention della polizia giudiziaria francese. L’operazione avviene sulla base della richiesta di estradizione dell’Ucraina.Quando i francesi lo catturano, Ablyazov esibisce un passaporto diplomatico della Repubblica Centrafricana, lo stesso falso documento del paese che aveva mostrato la moglie, lui invece si faceva chiamare Marat Ayan. Il giorno successivo la Corte d’Appello di Aix-en-Provence convalida l’arresto ai fini estradizionali verso l’Ucraina e Ablyazov viene portato nel carcere di Luynes.Dunque, quando Cortese lo cerca a Roma, non sta inseguendo un fantasma costruito dal Kazakistan. Sta eseguendo una ricerca internazionale che l’Interpol considera valida. Due mesi dopo un’altra polizia europea arresta quell’uomo nell’ambito di una procedura estradizionale.Poi la storia cambierà. Cambieranno lo scenario internazionale, la rappresentazione pubblica di Ablyazov, le vicende giudiziarie ed estradizionali. Con un colpo di mano si invertono le parti: il ricercato diventa l’uomo buono mentre Cortese e i suoi colleghi i cattivi, solo perché hanno fatto il loro dovere secondo la legge.Tredici anni I giudici di Perugia condannano i cinque poliziotti per il reato inesistente di sequestro di persona. A Cortese vengono inflitti 5 anni. La condanna gli costa anche la funzione di questore di Palermo. Poi arriva il 9 giugno 2022. La Corte d’appello di Perugia assolve tutti: «perché il fatto non sussiste». L’ipotesi accusatoria viene definita nelle motivazioni «radicalmente insostenibile». Alcuni passaggi della ricostruzione di primo grado per i giudici d’appello sono «lunari», «incomprensibili». Per la corte manca la prova della grande macchinazione nella quale i funzionari italiani avrebbero consapevolmente piegato le procedure alle pretese kazake come sostenevano chili accusava.L’assoluzione, però, non chiude la storia. La Cassazione la annulla nell’ottobre 2023 e dispone un nuovo processo d’appello.Tutto viene trasferito a Firenze e qui accade qualcosa di ancora più singolare. Il sostituto procuratore generale Luigi Bocciolini chiede l’assoluzione dei cinque imputati: «il fatto non sussiste». La Corte decide diversamente. Conferma le condanne, modificando parzialmente le pene accessorie. E adesso si torna in Cassazione.La giustizia Resta una questione che va oltre Renato Cortese e gli altri quattro poliziotti. Riguarda il prezzo che la giustizia può chiedere a un uomo prima ancora di stabilire definitivamente se sia colpevole o innocente. Perché un processo che attraversa una parte così lunga della vita diventa una pena indipendente dalla condanna.Non servono le sbarre. Bastano gli anni: la carriera interrotta, la reputazione esposta, la vita sospesa mentre le sentenze, che si rispettano sempre, cambiano. Rispettarle non significa rinunciare a discuterle, soprattutto quando sulla stessa vicenda producono conclusioni opposte.Qui il dubbio non nasce sui giornali: è entrato nel processo attraverso le decisioni dei giudici e le conclusioni degli stessi magistrati dell’accusa. Ed è questo che rende il caso Cortese una cartolina feroce della giustizia italiana. Non perché avere arrestato Provenzano debba valergli un credito giudiziario. La biografia non assolve nessuno. Cortese deve essere giudicato soltanto per ciò che è provato abbia fatto, ma tredici anni sono un pezzo di esistenza che nessuna assoluzione potrà restituire.Il 20 ottobre la Cassazione dovrà dire se la condanna di Firenze regge alle norme, alle prove, alle motivazioni. Una domanda resterà comunque: quanto può durare la ricerca della giustizia prima che sia la sua stessa attesa a diventare un’ingiustizia?Renato Cortese ha trascorso la vita professionale cercando uomini che fuggivano dallo Stato. Da tredici anni non fugge da nulla. Aspetta soltanto che quello Stato finisca di giudicarlo.

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