È rosso come Marte, il pianeta delle scimmie. Rosso perché ci governa dai tempi della Prima Repubblica, quella sinistra che dell’Italia ha fatto un laboratorio di astrazioni. È un pianeta perché segue un’orbita tutta sua, lontana anni luce da chi lavora e vive sulla strada. Ed è abitato dalle tre scimmie della politica: non vedono, non sentono, non parlano. Modena ne è la capitale, il santuario del «modello progressista». La ricetta è semplice: ignorare. Non vedere la realtà che bussa alla porta. Non ascoltare chi grida che l’islamismo radicale è la grande piaga del secolo. E, soprattutto, non parlare. Anche quando l’orrore si consuma in casa nostra. Modena è stata il teatro come Parigi, Nizza, Lipsia di un attentato. Un uomo, che la retorica «woke» definisce «italiano di seconda generazione» (la maschera gentile dietro cui nascondere il fallimento dell’integrazione), ha trasformato un’auto in un’arma contro la folla.
Per chiunque sia senziente, la natura del gesto era chiara. Per il Campo largo, invece, l’ordine era il silenzio. Negare, oscurare, accusare chiunque osasse sollevare il dubbio di fascismo, razzismo, autoritarismo. Cronache marziane. Il silenzio che ha avvolto le indagini non è stato cautela, ma oblio pianificato. Come se il terrore si sconfiggesse col politically correct. Il Giornale ha indagato, rompendo l’incantesimo: Salim El Koudri non è un pazzo solitario, ma un fanatico nutrito dall’odio del web. È un soldato del male, non un incidente della storia. Ma il male più insidioso rimane l’omertà di chi, ancora oggi, preferisce dare la colpa a noi, pur di non guardare in faccia il nemico che ha fatto entrare in casa.
