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Finito nel mirino del Fatto, poi costretto a dimettersi. Per i giudici contabili parlare era un “suo diritto”

La Corte dei conti smonta l’inchiesta flop sulle conferenze: “Ha esercitato libertà protette dalla Costituzione e dall’Europa quali la manifestazione del pensiero”

Tra Freccero e Sgarbi ci voleva Gaber
Vittorio Sgarbi quando era ancora sindaco di Salemi

Per le polemiche e la pressione politica, nel febbraio 2024, aveva deciso di dimettersi da sottosegretario alla Cultura. Oggi, dopo due anni e mezzo, la Corte dei Conti dà ragione a Vittorio Sgarbi: non c’è stato alcun danno erariale dovuto alle consulenze a pagamento svolte mentre era ai vertici del ministero della Cultura. Ed è stata dunque respinta la richiesta della Procura regionale contabile, che chiedeva la restituzione di oltre 200mila euro per 121 prestazioni professionali risalenti a quando era sottosegretario, perché ritenute incompatibili con il ruolo in base alla legge sul conflitto di interesse.Per la Corte dei Conti, Sgarbi ha invece «esercitato diritti e libertà fondamentali protette dalla Costituzione o dalla Convenzione europea dei diritti dell’uomo, quali appunto la libera manifestazione del pensiero, anche con declinazioni culturali e scientifiche, nonché l’esercizio del diritto d’autore».Tutto era nato da un’inchiesta del Fatto Quotidiano del 24 ottobre 2023: «Sgarbi, cachet d’oro in barba alla legge: 300mila euro in 9 mesi». La testata riferiva i compensi incassati da Sgarbi attraverso due società - quella di un collaboratore e quella della compagna -, elencava eventi e mostre a cui aveva partecipato l’allora sottosegretario e le cifre corrisposte.Era scoppiata subito la bufera. «Non posso fare una conferenza? Chi mi proibisce di fare il giurato di Miss Italia? - aveva provato a difendersi Sgarbi - qualcuno vuole vendicarsi di qualcosa che non so».L’inchiesta puntava sull’incompatibilità delle consulenze con la sua carica da sottosegretario, perché la norma vieta a chi ha ruoli di governo di ottenere, in virtù della posizione ricoperta, incarichi in materie connesse alla posizione che ricopre. La ratio della legge è anche quella di evitare che il ruolo possa far conseguire un vantaggio nell’ottenimento delle consulenze private.Ma non è questo il caso di Sgarbi, ha stabilito la Corte, «vista la sua notorietà nell’ambito della critica dell’arte». Anche lui aveva provato a spiegarlo subito dopo la pubblicazione del Fatto: «Sono Sgarbi e sono diventato sottosegretario per questo, non il contrario. Le conferenze su Caravaggio le ho fatte per una vita...». Ma le fibrillazioni politiche erano ormai esplose. Già tre giorni dopo la pubblicazione dell’inchiesta, Repubblica titolava così: «Consulenze vietate, ora Sgarbi è in bilico. Decide Palazzo Chigi».Nei retroscena politici la premier Meloni veniva descritta come «furibonda», il M5s presentava una mozione di revoca della carica a Sgarbi, appoggiata da tutte le opposizioni, e lo stesso allora ministro della Cultura Sangiuliano «scaricava» il critico d’arte, come riferisce la rassegna stampa del momento. Il Pd, su X annunciava: «Un altro esponente del Governo imbarazzante.Questa volta viene scaricato anche dal Ministro. Per questo abbiamo chiesto a Sangiuliano di chiarire in Aula cosa pensa delle ricche consulenze di Sgarbi (e pure del fatto che evade il fisco) e che cosa aspetta a farlo dimettere».Di lì a poco su Sgarbi sarebbero infuriate altre polemiche per un’altra inchiesta, questa volta congiunta tra Fatto e Report, che ha poi dato origine all’indagine giudiziaria che ha visto Sgarbi accusato di autoriciclaggio di beni culturali dalla Procura di Macerata sull’ormai noto quadro di Rutilio Manetti.Nel processo a Reggio Emilia, dove è stato poi trasferito il fascicolo, il critico d’arte è stato recentemente assolto in primo grado, a fronte di una richiesta di condanna a tre anni e quattro mesi di reclusione da parte della Procura.Alle prese con il primo caso, quello delle consulenze, Sgarbi aveva provato a resistere. Fino al 4 febbraio 2024, quando arrivava la decisione dell’Antitrust, che dopo un’istruttoria avviata su segnalazione dell’ex ministro Sangiuliano, che aveva trasmesso due lettere anonime all’autortihy, aveva stabilito che Sgarbi «aveva esercitato attività professionali in veste di critico d’arte, in materie connesse con la carica di governo, a favore di soggetti pubblici e privati», in violazione della legge sul conflitto di interesse (parere che sarà confermato poi dal Tar e anche dal Consiglio di stato). È a quello stesso giorno che il critico d’arte annuncia le dimissioni, attaccando la «persecuzione mediatica evidente, con ricostruzioni inesistenti su questa supposta incompatibilità».

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