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Il Giornale riapre il caso Autogrill. E ora le domande si moltiplicano

Secondo Michele Anzaldi, intervistato sull’editoriale del direttore Tommaso Cerno, lo scandalo inesistente venne costruito ad arte. Ma rimane il dubbio se sia stata solo Report o se ci fossero altri attori in gioco

I protagonisti In alto l'uomo attorno alla macchina della scorta di Marco Mancini A destra, il noto incontro all'Autogrill di Fiano Romano tra l'ex capo del controspionaggio e Matteo Renzi Sopra Elisabetta Belloni e lo stesso Marco Mancini

Il Giornale ha riaperto il caso Autogrill. Dopo l’editoriale del direttore Tommaso Cerno e la nostra inchiesta sul rapporto tra i servizi segreti e Sigfrido Ranucci, Mowmag ha intervistato Michele Anzaldi, già parlamentare d’Iv ed ex membro della commissione di Vigilanza Rai.

Nell’intervista, l’ex parlamentare ha ripercorso quel periodo, sottolineando come Matteo Renzi (uno dei due protagonisti dell’incontro di Fiano Romano) stesse per rompere con il governo giallorosso guidato da Giuseppe Conte. Nei corridoi dei palazzi romani veniva già sussurrato il nome di Mario Draghi. E a imperare erano la polemica sul Recovery Found e la gestione delle risorse dello Stato.

Era un’epoca in cui Marco Mancini, all’epoca dirigente del Dis, sarebbe potuto diventare vicedirettore, il numero due dell’intelligence italiana. Ma il servizio di Report del maggio del 2021 stroncò quella possibilità. Anzi, Mancini poi venne anche “prepensionato”.

Insomma, la trasmissione di Sigfrido Ranucci, come peraltro sostenuto da Renzi in un’intervista al Giornale, è stato utilizzato per un “regolamento di conti tra settori dell’intelligence italiana”. “Mancini, che all’epoca era caporeparto del Dis, con la promessa di Conte di diventare vicedirettore del Dis”, ricorda Anzaldi. Che poi aggiunge che “Renzi avrebbe potuto ricevere Mancini anche in privato, e invece lo ha fatto nel posto più visibile che c’era”.

Giorgia Meloni ha tolto il segreto di Stato sul caso Autogrill. Elisabetta Belloni, ex capo del Dis, è stata sentita a Ravenna nell’ambito di indagini difensive di Mancini. E alle tante domande poste, tra cui anche quelle sui rapporti tra i servizi segreti e Report e quelle sui possibili collegamenti tra quanto capitato a Mancini e la sua attività di controspionaggio nei confronti dell’intelligence russa, ha opposto il segreto di Stato.

“Un segreto di Stato fino al 2037 avrebbe fatto nascere dubbi a chiunque”, chiosa Anzaldi. Insomma, per l’ex parlamentare d’Iv quell’incontro ebbe una natura soprattutto politica. E lo scandalo, inesistente, venne costruito ad arte. Da chi? Soltanto da Report, che poi identificò Mancini grazie a un ex dirigente dell’Aise mostrato in Tv con il passamontagna e la voce distorta? O anche da settori dell’intelligence? Queste domande necessitano di risposte.

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