Cordiano Dagnoni è il Presidente della Federazione ciclistica Italiana. È cresciuto e vive a Milano ma nella sua attività di imprenditore ha girato parecchio all’estero e, vedendo come si pedala in città e in Italia dove ciclisti e automobilisti ormai sembrano stiano combattendo una «guerra» senza fine, qualche riflessione ci tiene a farla. «Per anni ho fatto avanti e indietro da Copenaghen per lavoro perché l’azienda di cui ero amministratore delegato aveva sede in Danimarca. All’inizio mi meravigliavo nel vedere che quasi tutti si muovevano tranquillamente in bici. Ma come avete fatto? Ho chiesto. Mi hanno risposto che per loro quello è uno stile di vita ma lo è diventato nel tempo. Sono partiti dalle infrastrutture. Ora la gente ha strade sicure dove pedalare e le usa. Funziona così...».
Quindi anche a Milano dovrebbe andare così visto che negli ultimi dieci anni di piste ciclabili ne sono state costruite praticamente ovunque...
«Pedalare a Milano purtroppo è ancora molto pericoloso. Sì è vero, le piste sono state costruite ed è un passo importante, purtroppo però c’è ancora troppa commistione tra tratti ciclabili, posteggi auto, zone pedonali, marciapiedi. Se poi ci aggiungiamo pavé e rotaie dei tram ci si rende conto che la strada è ancora lunga. Più che spot politici servono scelte razionali e coraggiose».
Però qualcosa di muove. Il nuovo tratto del Progetto Cambio, la ciclovia metropolitana di oltre 750 km che porterà alla realizzazione di un’alternativa ciclabile di mobilità tra Milano e l’hinterland entro il 2037, comincia a vedere la luce...
«È un progetto importante e ovviamente utile a patto che non ci sia promiscuità nell’utilizzo, che ci siano controlli e manutenzione. All’estero la scelta è quella delle carreggiate ciclabili anche sulle strade di grande scorrimento semplicemente tracciate sull’asfalto: funzionano e sono meno complicate da realizzare».
Come in Francia e in Spagna?
«Sì da quelle parti il ciclismo e il cicloturismo sono cresciuti molto negli anni tant’è che sempre più squadre professionistiche per allenarsi scelgono di andare lì. Si sentono più tranquille. Ma non è solo un fatto di strade».
Cioè?
«Negli anni si è costruita una cultura del rispetto tra chi va in auto e chi pedala. Hanno cominciato dalle scuole con i bambini, hanno poi continuato con i ragazzi e con le scuole guida. Ci sono regole e le rispettano. In Spagna e Francia chi segue un ciclista prima di sorpassare aspetta che ci sia strada libera. Solo allora si sposta nella carreggiata, non pretende di passare ad ogni costo come se la bici fosse invisibile».
Da noi invece in città ma anche sulle strade dell’hinterland automobilisti e ciclisti sono in guerra...
«Sì purtroppo è una situazione pesante. C’è tanta maleducazione e non è una questione di chi va in auto e di chi pedala. C’è tanta aggressività in genere, purtroppo. Bisogna darsi da fare tutti per tornare a una normalità di rispetto e tolleranza. Ma sinceramente sono fiducioso perché vedo che i più ricettivi in questo senso sono i giovani soprattutto per quanto riguarda l’uso dell’auto, le esagerazioni e l’alcol: mi sembrano responsabili. E ciò mi fa bene sperare».
Un lavoro lungo comunque
«Sì certo ma è così che si costruisce, anzi ricostruisce, una cultura del rispetto che soprattutto sulla strada è fondamentale».
E vale per tutti?
«Sì, certo, vale per tutti. Per chi quando è in auto vede chi pedala come un nemico ma anche per i ciclisti che esagerano, che in gruppi di 30 o 40 la domenica si prendono la strada e non rispettano regole, incroci, semafori...».
Anche perché poi si fa di tutta l’erba un fascio e ci vanno di mezzo tutti?
«Esatto».
E chi amministra le città come può aiutare?
«Come si diceva all’inizio intanto lavorando perché andare in bici diventi il più sicuro possibile e poi promuovendo la cultura della bici con eventi, grandi gare, campioni...».
A Milano il Giro è tornato quest’anno però mancava da 5 anni
«Infatti. Milano dovrebbe essere l’arrivo naturale del Giro d’Italia perché così dice la storia, così come è un peccato che non sia più la partenza della Sanremo che quando, anni fa, partì dal Vigorelli emozionò tutti. Però Roma ha saputo offrire condizione più convincenti e quindi lo ha portato via. Ho parlato sia con il sindaco Beppe Sala e con l’assessore allo sport Martina Riva: va fatto di tutto per far tornare il grande ciclismo in città».
E questo sarebbe un altro passo importante...
«Sì, sarebbe importante per il movimento sportivo ma anche per la promozione dello sport e della bici in genere. Ma si può fare altro. Lo scorso anno con la nazionale siamo stati a Santiago del Cile per i mondiali su pista e ho visto una cosa mi ha stupito pensando che sarebbe fantastico si facesse anche da noi. La domenica alcune vie della città, quelle che spesso portano nell’hinterland, vengono transennate e chiuse al traffico motorizzato fino a sera. È una festa per chi pedala ma soprattutto un grande momento di socialità che aiuta a stemperare le tensioni...».
