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L’islam infuriato: “Il velo non è una libera scelta ma un atto divino”

Da Catania a Torino, le comunità musulmane contestano le mosse del governo. E l’imam attacca le donne

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Nel giorno in cui il governo apre alla stretta nelle scuole, il mondo islamico italiano è in subbuglio. Il Consiglio dei ministri approva il decreto che interviene sulla presenza degli alunni stranieri nelle classi e vieta burqa e niqab a scuola e dalle comunità musulmane arrivano le prime contestazioni. C’è chi grida alla propaganda, chi sostiene che quello del velo integrale sia un problema inesistente echi porta lo scontro direttamente sul terreno dell’identità religiosa.

A spiccare sono le esternazioni di Ahmed Daawah, divulgatore islamico e promotore di «Risveglio Islamico»: mentre nel dibattito pubblico il velo viene spesso difeso come espressione di una libera scelta della donna, Daawah dice sostanzialmente il contrario, estremizzando ulteriormente un concetto già alquanto divisivo.

Secondo lui «l’Hijab è un ordine divino di rilevante importanza, rivelato nel Corano da sopra sette cieli einsegnato da tutti iMessaggeri di Allah nel corso della storia». Contesta esplicitamente che possa essere considerato una semplice scelta individuale. Per Daawah l’hijab è un obbligo religioso. E la reprimenda si rivolge direttamente alle donne musulmane. Viene infatti denunciato il «tabarruj», che definisce «peccato maggiore», e attacca le donne che utilizzano «veli appariscenti, turbanti, trucco, abiti provocanti». Una donna che parli pubblicamente di Islam «col capo coperto in quei modi eiltrucco così», scrive, potrebbe essere considerata una «fasiqah», cioè una peccatrice. Il decreto approvato dal governo, va precisato, non vieta l’hijab, che lascia scoperto il volto, ma burqa eniqab. Eppure, è proprio la reazione che accompagna il provvedimento a riportare alla superficie una questione politica molto più grande: dove finisce l’integrazione e dove comincia la pretesa che sia la società che accoglie ad adattare progressivamente le proprie regole a precetti e modelli culturali differenti?

È il confine entro il quale si cerca di inserire il concetto di integrazione a scapito della realtà, ovvero la messa in atto da parte dell’islamismo di un’operazione di sottomissione culturale.Una lettura duramente contestata a sinistra, la stessa che candida i bengalesi nelle liste elettorali, dove il provvedimento viene invece descritto come una caccia allo straniero costruita a fini elettorali. Mentre una parte dell’opposizione teme la discriminazione delle comunità musulmane, ci sono però divulgatori che rivendicano apertamente un precetto che non presenta affatto come negoziabile o meramente individuale. Perché per molti di loro il velo non è rivendicato come diritto della donna ascegliere, ma come «ordine divino». E un precedente post di Daawah esplicita come tutto sia compiuto in nome del loto testo sacro: «Allah è con te, equando Allah è con te sei imbattibile, dovessero anche ucciderti. Resti imbattibile». Morte, sottomissione, sacrificio. Concetti che tornano nei loro sermoni. Da Catania, intanto, l’imam Abdelhafid Kheit ha parlato di «propaganda» sul burqa, mentre a Torino lo dice apertamente Ikram El Mostachrik, referente giovani della moschea Mohammed VI. Per lei burqa e niqab nelle scuole sono «un non problema», perché sarebbe «quasi impossibile trovare bambine o ragazze che li indossano». A schierarsi per il no anche «Idem Network», la rete che punta sulla leadership delle seconde generazioni, secondo cui «quella che stiamo subendo sceglie di trasformare i bambini in bersaglio per salvaguardare il suo consenso sempre più risicato».

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