Ora c'è anche la prova: per condannare il Cav si sono cambiate le norme

Mondadori, la Suprema corte ammette: De Benedetti doveva chiedere la revoca del verdetto "corrotto". La difesa: "Sentenza ad personam"

Ora c'è anche la prova: per condannare il Cav si sono cambiate le norme

Avevano ragione gli avvocati di Berlusconi, dice la Cassazione. Lo dice - nel passaggio che ieri viene pubblicato sul sito ufficiale della Suprema Corte - la sentenza che però ha condannato la Fininvest a versare alla Cir di Carlo De Benedetti il colossale risarcimento di 494 milioni di euro. Una contraddizione singolare, anche perché il punto su cui la Cassazione riconosce le ragioni del Biscione è uno dei punti cruciali del processo, e riguarda in pieno il diritto della Cir a fare causa al Cavaliere per averle scippato il controllo della casa editrice Mondadori. Ma la Cassazione aggira l'ostacolo con una acrobazia che introduce nella giurisprudenza italica un concetto del tutto nuovo: e che proprio per questo viene inserito nel cosiddetto «massimario», il catalogo delle decisioni innovative. Ma che questa innovazione arrivi proprio in occasione del più oneroso dei processi al Cavaliere suscita stupore e proteste tra lo staff difensivo Fininvest, che parla esplicitamente di «sentenza ad personam». «È una cosa che fa rizzare i capelli in testa», dice il professor Romano Vaccarella, uno degli avvocati del Biscione.

Il tema del contendere è a suo modo semplice. E ruota intorno alla sentenza della Corte d'appello di Roma che nel gennaio 1991 spianò a Berlusconi la strada per la conquista della Mondadori. Quella sentenza, secondo altre sentenze ormai definitive, fu scritta da un giudice corrotto, Vittorio Metta. Ma quale siano le conseguenze di questo accertamento è tema da giuristi. E i legali di Berlusconi hanno sempre sostenuto: la strada per De Benedetti era chiedere la revocazione della sentenza di Metta, cioè esattamente il rimedio che il codice prevede quando si scopre che una sentenza fu emessa illegalmente, «con dolo del giudice». Perché De Benedetti non chiese la revoca della sentenza di Metta? Perché non chiese di azzerare la sentenza corrotta, chiedendo che nuovi e onesti giudici valutassero torti e ragioni nella «guerra di Segrate»? La risposta, secondo Fininvest, è una sola: perché se ci fosse stata una nuova sentenza, avrebbe confermato che il controllo della Mondadori spettava alla Fininvest. Per questo, dice il Biscione, De Benedetti ha scelto la strada facile, quella della richiesta di risarcimento dei danni.

La Corte d'appello di Milano, confermando la sentenza emessa in primo grado dal giudice Raimondo Mesiano, aveva dato ragione alla Cir: la sentenza di Metta era falsata dalla corruzione, quindi era come se non esistesse, quindi non c'era motivo di chiederne l'annullamento. «Di fronte a questa bestialità - dice Vaccarella - la Cassazione non ha potuto fare altro che prendere atto che la revocazione andava richiesta». E questo, effettivamente, si legge nella sentenza: «nel caso di pronuncia di una sentenza viziata dalla corruzione del giudice, la parte che intenda dolersi di tale statuizione ha l'obbligo, e non la facoltà, di chiederne la revocazione». Esattamente quanto Vaccarella e gli altri legali di Fininvest avevano sostenuto davanti alla corte d'appello milanese.
Per i legali di Fininvest, riconoscere questo principio aveva come conseguenza inevitabile rifiutare il risarcimento chiesto da De Benedetti. Ma la Cassazione, dopo aver riconosciuto il principio, aggira l'ostacolo sancendone un altro: non è necessario chiedere la revocazione se ormai tornare indietro è impossibile, «per essere divenuta nel frattempo impossibile la ricostituzione dello stato di cose anteriore». Eppure la Mondadori è ancora lì, e se ci teneva tanto De Benedetti poteva provare a farsela ridare. Ma ci avrebbe guadagnato di meno.

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