“Ora Repubblica la chiama #trappolawoke, come se nulla fosse, come se non avesse contribuito alla caccia alle streghe, alla gogna contro chi a #sinistra si è permesso di sollevare dubbi”. Anna Paola Concia, ex deputata del Pd e attivista Lgbt, commenta così su X la repentina svolta del quotidiano diretto da Stefano Cappellini.
“Un ‘contrordine compagni’ fischiettando, mentre sono stati fatti molti danni. Eh no!!!”, conclude Concia. L’ex parlamentare, aspramente criticata a sinistra negli ultimi anni per le sue posizioni anti-woke, non ha dubbi sul fatto che l’articolo “La trappola woke: così la sinistra prova a liberarsi”, che racconta la svolta dei democratici americani, sancita recentemente da Alexandria Ocasio-Cortez, un anno fa non avrebbe trovato spazio su Repubblica. Concia, nei commenti al suo tweet, spiega inoltre ai suoi followers che il ripudio del wokismo può essere una mossa dei democratici americani per intercettare il bacino elettorale musulmano, allergico a questo tipo di cultura. “Quindi, bisogna continuare a lottare”, avverte l’ex parlamentare.
Sia come sia, si tratta di una svolta quasi epocale, un mea culpa senza precedenti. “Il woke non pone problemi perché è critico, perché promuove uguaglianza, ma perché è troppo poco critico. Infatti non ha senso storico, e quindi giudica il passato in modo manicheo, sulla base di valori contemporanei — la cancel culture pretende da Omero scrupoli etici implausibili”, si legge nel pezzo firmato da Carlo Galli. E ancora: “Inoltre, il woke si colloca sul piano simbolico, e quindi promuove interventi “retributivi” a volte deliberatamente irritanti, che prefigurano una società anarchica, resa disuguale proprio da una babele di pretese identitarie — individuali o di gruppi minoritari omogenei — avanzate a volte giustamente a volte per provocazione”. La “conversione” di Repubblica è pressoché totale tanto da affermare che “il woke non è la critica adeguata per affermare un disegno politico alternativo” e che “semmai è più utile, come obiettivo polemico, alla destra che non alla sinistra, come guida dell’azione politica”. Ecco, dunque, che fortunatamente le sinistre occidentali “molto in ritardo” hanno capito di essere cadute in una “trappola” e “stanno cercando di venirne fuori con tentativi più o meno convincenti di orientare le loro politiche su bisogni concreti e diffusi, non ideologici né identitari”. Poi arriva la precisazione: “Di praticare una critica delle strutture e non solo delle sovrastrutture. Di smarcarsi dalla presunzione di non criticabilità della forma attuale del sistema produttivo capitalistico”.
