Il peggior avversario della sinistra non è la destra, ma la realtà. Quell’invincibile forza che sconfigge con il suo richiamo sulla terra, qualsiasi vaneggiamento ideologico. E così dopo anni di terzomondismo e accoglienza aperta a chiunque, con tanto di tavolate offerte al parco agli extracomunitari (e pazienza se irregolari), anche i progressisti pur rimanendo ben barricati nei loro salotti, si sono accorti che non tutti gli stranieri sono brava gente. E che a forza di accoglierli senza accollarsi la fatica di integrarli, una fetta di loro è diventata problema. E così anche Mario Calabresi, dovendo chiedere i voti ai milanesi in carne e ossa, ha scoperto che «è un diritto fondamentale quello dei cittadini di non avere paura di uscire di casa. Non è un tabù dire che abbiamo bisogno di polizia, carabinieri, polizia municipale... Abbiamo bisogno di forze dell’ordine e di una città sicura». Via in un attimo tre lustri di sindaci di sinistra (tra arancioni e nonsisacosa), di politica da struzzi con la testa sotto la sabbia. Non certo per distrazione, ma per calcolo. Poi è arrivata la vicesindaca Anna Scavuzzo, quella a cui Sala e il Pd hanno affidato per anni i dossier più rognosi, da San Siro all’urbanistica. E lei, c’è da sottolinearlo, li ha affrontati con grande serietà e abilità. Per questo, forse, si aspettava da sinistra un po’ più di considerazione. E magari una candidatura che però nessuno le ha offerto. E così ha sbottato, rivelando che a sinistra c’è una questione femminile. «Una sola donna è stata sindaca di Milano - ha scritto sui social - Una. E nella storia della città è stata una donna di destra. Dall’altra parte, una lunga lista di uomini. Per questo quando mi chiedono se penso alla possibilità di candidarmi, non mi spaventa la sfida. Anzi. Amo le sfide. Mi spaventa di più l’idea che ancora oggi una donna debba chiedersi se ha il diritto di provarci». Chiaro, limpido, condivisibile. Quella realtà che è più seria dell’ideologia.

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