I riformisti sono sempre stati i depositari della cultura di governo della sinistra, un anelito al cambiamento coniugato al pragmatismo e alla mediazione. Nella sinistra di oggi, invece, non gli rimane che rivendicare la propria condizione di minoranza, mentre tutte le sottospecie di massimalisti che albergano nel campo largo ne chiedono l’esclusione o l’espulsione: è normale, i vari Montanari e Travaglio intendono la politica come testimonianza e non si pongono l’obiettivo di governare - e cambiare - il Paese. In quei mondi la sconfitta è fisiologica e l’opposizione è uno stato esistenziale. Per i riformisti, almeno sulla carta, non dovrebbe essere così. Solo che di fronte al movimentismo di Conte, alla sua abilità manovriera (con Onorato tenta di costruirsi pure «un centro» su misura) i riformisti peccano di assenza, immobilismo e, in fondo, di coraggio. Soprattutto sono divisi. C’è chi è con la Schlein, chi ha alzato la bandiera della minoranza e anche chi nelle amministrazioni locali si ispira al riformismo si mimetizza. Sono divisi, distinti e distanti più o meno come le tante isole che costellano l’arcipelago centrista. Tutti questi soggetti uniti, dentro e fuori il Pd, potrebbero avere invece un peso non indifferente per controbilanciare il protagonismo grillino. La loro «assenza» e le loro divisioni permettono a Conte e alla sinistra radicale di esercitare un sorta di egemonia sul campo largo visto che il corpaccione del Pd si camuffa e punta solo sui propri numeri per regolare i conti. Un grave errore perché lasciando il palcoscenico solo all’ex-premier i numeri possono anche cambiare. Eppure la prima che avrebbe interesse a una maggiore «intraprendenza riformista» non fosse altro per ritagliarsi un ruolo di mediazione dovrebbe essere proprio la Schlein (pensate all’Ucraina). Sono i canoni della politica. Vedremo se nella stagione dei convegni e delle primarie i riformisti batteranno un colpo o preferiranno morire aspettando Godot.

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