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Tolto il velo all’ipocrisia

La scuola è l’officina del cittadino, non una passerella per identità blindate

"I mariti non le fanno andare". Meno donne migranti a scuola di italiano

La sinistra si è già messa in posa, pronta a gridare allo scandalo in nome di Maometto. Nemmeno più di Matteotti. Ci diranno che il divieto del burqa è un attacco alla libertà. Ci accuseranno di voler trasformare la scuola in una caserma. Eppure, in questa ipocrisia risiede il solito abbaglio: confondono la libertà di apparire con quella di esserci. Perché la scuola è l’officina del cittadino, non una passerella per identità blindate. Vietare quel simbolo di repressione e di negazione della cultura non è un atto di censura, è un invito al mondo reale: togliere il velo di Maya quel paravento che illude di nascondere la verità dietro una finzione di pura forma serve a rompere l’incantesimo del silenzio. Senza guardarsi in faccia, non c’è confronto, solo separazione. Smettiamola con la favoletta del multiculturalismo facile, che nei fatti si è tradotto solo in un abbandono cinico, lasciando gli studenti stranieri a naufragare in classi ghetto dove l’italiano è un optional. Intanto, mentre noi ci scanniamo tra destra e sinistra sulla lingua da insegnare, gli imam alzano il tiro, predicando la Sharia e pretendendo che la scuola non solo non ponga vincoli, ma assorba la loro dottrina. Qui dovrebbe scendere in piazza la sinistra. Invece, oppone il suo «no» al governo che chiede solo strumenti per integrare. Siamo perfino troppo morbidi. Limitare gli stranieri non è un atto di esclusione, è il requisito minimo di un’accoglienza seria. Se vuoi integrare qualcuno, devi metterlo in condizione di comprendere il mondo in cui vive, non chiuderlo in una bolla di isolamento linguistico che chiamano, con arroganza intellettuale, «inclusione».

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