Nel 1987 lavoravo al Corriere della Sera e un vicedirettore mi convocò con l’aria di chi ti affida una pratica noiosa. C’era un partitino che sul piano nazionale contava l’uno virgola qualcosa, ma dalle mie parti, nelle valli bergamasche, aveva preso un sacco di voti: in certi Comuni l’8 per cento. «Cerca d’intervistarne il capo, un certo Bossi». Mi misi al lavoro di malavoglia, recuperai il numero dopo una faticosa ricerca. Lui fu sbrigativo e profetico: «Noi siamo il futuro, lo capirà alle prossime elezioni». Ne ricavai un articoletto che finì nelle pagine interne, ben nascosto. Aveva ragione lui. Avevamo torto io e il Corriere, il Corriere più di me.
Non sono mai stato amico di Umberto Bossi. Lo sono stato di Cossiga, e a Craxi sono stato vicino negli ultimi anni della sua vita. Con il Senatùr non è mai scattata quella corrente che fa sedere due uomini allo stesso tavolo senza bisogno di parlare. Però ho avuto per lui una grande stima, e adesso posso dire ammirazione. È stato un gigante. Ha cambiato la politica italiana, e nel modo che nessuno si aspettava. Erano gli anni Ottanta, quelli degli yuppie e della Milano da bere, dell’edonismo reaganiano, dei soldi che si fanno con i soldi. Si pensava che la politica ormai potesse nascere solo dentro la televisione, come un’operazione di marketing. I vecchi metodi parevano destinati alla pensione. Lui li tirò fuori dalla soffitta: porta a porta, faccia a faccia, grappa su grappa. Le strade, i bar, le botteghe, le osterie delle valli, l’uscita degli oratori, i manifesti attaccati di notte con la colla e il pennello.
E parole semplici, chiarissime. Roma ladrona. Federalismo. Padania indipendente. Il Nord non è la gallina dalle uova d’oro, basta farsi rubare le uova. Parlava agli operai prima che a chiunque altro, ai pensionati, alla gente. Anche ai comunisti, quelli che non sopportavano più di essere trattati da massa di manovra di Botteghe Oscure. A tutti restituiva la fierezza. Nel maggio 1990 la Lega prese il 19 per cento in Lombardia, secondo partito dopo la Dc. Gli editoriali della grande stampa grondavano indignazione per quei buzzurri nordisti, razzisti da osteria. Si diceva: una risata li seppellirà. Due anni dopo, in un altro tipo di Porta a porta, non all’osteria ma da Bruno Vespa, Ciriaco De Mita pontificò per un quarto d’ora con il suo eloquio arzigogolato. Bossi ascoltò senza battere ciglio, poi prese il microfono: «Ma tàches al tram». Attaccati al tram. Un verbo e un sostantivo, e il grande intellettuale della Magna Grecia era smontato. Da scompisciarsi.
Piccola patria
Ci fu un momento al Nord in cui erano diventati leghisti tutti, anche quelli che la Lega non l’avrebbero votata mai. Leghista non voleva dire banalmente federalista. Voleva dire ritrovare l’orgoglio di una piccola patria. Non maledire l’Italia, ma ricordarsi che l’Italia è fatta di popoli con storie e culture proprie, che si incontrano in un punto e hanno il diritto di sviluppare le loro differenze in modo organico. Un amico che lo ha frequentato più di me, e nel quale mi riconosco, ha riassunto la sua filosofia in una frase contadina e operaia: l’uomo non è una bistecca. Non lo tagli a fette, non lo riduci all’economia. Le teorie sofisticate gliele aveva fornite un grande pensatore, Gianfranco Miglio, con le macroregioni e l’Europa dei popoli. Bossi le traduceva in dialetto, e funzionavano.
Lo hanno dipinto come un sacerdote pagano: l’ampolla riempita alle sorgenti del Po, l’acqua versata nella laguna di Venezia, i matrimoni celtici celebrati dai druidi. Folklore. Sotto c’era un cattolico di paese. Negli ultimi anni tornò alla fede popolare e tradizionale delle nonne lombarde, e a Bresso, alla messa di Benedetto XVI, fece la comunione.
La malattia arrivò nel 2004, un ictus che gli lasciò un braccio sghembo. Non gli piegò lo spirito. Continuò a girare con il mezzo toscano Garibaldi fra le dita, e non vedeva alcuna contraddizione nel ridurre in cenere l’eroe dei due mondi. Beveva Coca-Cola con qualsiasi pietanza avesse davanti. Passava ore a raccontare la sua visione della vita a chi avesse la pazienza di ascoltarlo.
Le scope
Poi il naufragio. Le spese balorde del cerchio magico pagate con la cassa del partito, i processi, una immeritata condanna. Nel 2012 fu costretto alle dimissioni, e alla Fiera di Bergamo i suoi immemori, che pure gli dovevano tutto, celebrarono la nottata delle scope al grido di «L’è ura de netà fo’ ol polér», è ora di pulire il pollaio. Un Bossi in lacrime fu giubilato con la nomina a presidente onorario. Non se la sentirono di uccidere il padre: lo issarono su un altare davanti al quale nessuno avrebbe più pregato per ricevere la grazia di un posto. E lo lasciarono lì, trattato come un vecchio rimbambito, a svernare a Gemonio.
Gemonio, appunto. Una casa sulle pendici delle Prealpi varesine, a un passo dalla Svizzera. Non una villa sul lago, non un attico nel centro di Roma: non apparteneva alla sua natura. E i figli non si sono arricchiti. A fine settembre il primogenito, Riccardo, è entrato in carcere per un cumulo di pene, reddito di cittadinanza compreso. I telegiornali hanno dato la notizia con una spietatezza che pareva studiata per suscitare l’idea del fallimento personale di Bossi padre. Falso. Riccardo è un uomo fragile da molto tempo, come capita talvolta ai figli dei geni, che si spaventano di doversi portare dietro una pretesa analoga. Renzo, che Umberto stesso battezzò il Trota, ha rinunciato alla politica, è un ragazzo in gamba e fa formaggi caprini eccellenti.
I successori non si sono dimostrati della sua tempra. Salvini per un po’ ha illuso, poi ha portato altrove l’istanza nordista: la voglia del Nord di dire qualcosa al mondo, di legarsi alle altre regioni d’Europa, di dare coesione a un popolo disgregato che aveva smarrito identità e tradizione.
L’immagine che mi resta di lui è del giugno 2023: solo, in carrozzella, a metà navata del Duomo, davanti alla bara di Berlusconi, il Cavaliere che aveva mollato nel 1994 e poi ritrovato. Ci penserà la posterità a stabilire dove collocare il suo busto, e credo che sarà più generosa dei contemporanei. Io lo metterei su un tornante a gomito, nel punto esatto in cui ha impedito a tanta gente del Nord di finire nel dirupo. Se la Lega vorrà tornare a contare qualcosa, dovrà tenerne viva la memoria. E il metodo. Il metodo, il metodo, il metodo. Auguri.
