L’asso nella manica su Silvio mafioso? Le bugie confuse di Ciancimino jr

nostro inviato a Palermo

Nonostante i decreti di archiviazione nei procedimenti sui «mandanti esterni» (Caltanissetta 2002) e sul «riciclaggio» a favore di Cosa nostra» (Palermo 1996) abbiano chiarito che Silvio Berlusconi con Cosa nostra ci azzecca niente, più procure stanno rivisitando anche i filoni d’indagine precedentemente abbandonati per manifesta infondatezza. Per dire. I pm d’assalto hanno esumato dagli archivi persino il fascicolo datato 1970 sullo scandalo Ambrosiano per provare a far quadrare il mai dimostrato travaso di fondi sporchi che ha permesso la nascita prima della Fininvest eppoi di Forza Italia. Dalla preistoria dell’omicidio Calvi all’attualità delle inchieste in corso, il link è rappresentato dalle dichiarazioni di Massimo Ciancimino, figlio dell’ex sindaco mafioso di Palermo, Vito. Uno che s’è improvvisamente ricordato di sapere tutto - avendolo appreso in giovane età dal papà che però non può confermare perché passato ad altra vita - sui rapporti fra Stato e mafia, fra mafia e chiesa, fra mafia e Berlusconi, solo quando ha capito d’esser finito lui in una strada senza uscita: sul suo capo pesa infatti una condanna a 5 anni e 8 mesi per aver riciclato parte del tesoro mafioso di papà. In attesa dell’appello, Ciancimino jr ha iniziato a spiferrare cose che nessuno conosceva, di cui nemmeno il padre, nella sua iniziale collaborazione coi carabinieri, aveva osato fare cenno. Dopo una perquisizione a casa, con la viva possibilità di essere sotto intercettazione, al telefono con la sorella Luciana parla senza precauzioni: «Digli (a Berlusconi, ndr) che c’abbiamo un assegno suo, se lo vuole indietro...». Luciana: «Chi il Berlusconi?». M.: «Sì ce l’abbiamo ancora nella vecchia carpetta di papà». L.: «Ma che cazzo dici?». M.: «Sì, di 35 milioni. Se si può glieli diamo...». Di questo assegno, però, ancora non si hanno tracce. Interrogato il 3 marzo 2005, confessa che di quei soldi e di quel titolo non ne ha copia, gliene parlò (ovviamente) il padre. Vabbè. Ciancimino jr s’è anche soffermato coi pm su un pezzo di carta sequestrato nel 2004 e utilizzato dai pm solo nel 2008. Testuale: “Posizione politica intendo portare il mio contributo (che non sarà di poco) perché questo triste evento non ne abbia a verificarsi. Sono convinto che questo evento onorevole Berlusconi vorrà mettere a disposizione una delle sue reti televisive”. Per i pm il significato sembrava chiaro: avere a disposizione una delle tv berlusconiane. Interrogato il 30 giugno scorso il giovane Ciancimino spiega che la grafia è quella del padre. E sul punto aggiunge che il genitore in realtà voleva dare la sua versione sulle stragi alla Commissione Antimafia chiedendo la diretta a circuito chiuso con la sala-stampa. Per Massimino, poi, il padre «doveva consegnare il biglietto a Berlusconi per poter avere questa attenzione mediatica», e dunque non per avere a disposizione una tv come pensavano i pm. Non contento il ragazzo aggiunge che il papà si era attivato per far scongiurare il «triste evento» (il sequestro del figlio di Berlusconi, Piersilvio) dopo aver ricevuto l’indicazione da Provenzano. Conclusione a sorpresa: «Effettivamente la grafia non è di mio padre. Ricordo che a lui il biglietto venne consegnato dall’ingegner Lo Verde», alias del boss Provenzano. Passa un giorno e il loquace Ciancimino va in confusione coi pm quando prende a parlare di un’altra lettera, indirizzata stavolta a Dell’Utri, che Provenzano gli avrebbe consegnato personalmente. Più di qualcosa non torna. Le versioni si fanno disordinate, i ricordi opachi, caotiche le conclusioni anche perché la grafia sembra non essere nemmeno quella di Provenzano. «La verità - ammetterà - è che il mio interrompere, il mio cambiare versioni... cerco di tutelare me stesso da situazioni che sono cento volte più grandi di me». In quest’altalena emozionale, pur impegnata a centrare il medesimo obiettivo, la magistratura militante si scinde in due: quella che vuole Berlusconi mafioso da un pezzo, e quella che pensa a un Cavaliere con la coppola a stragi avvenute. Entrambe le soluzioni cozzano però con le archiviazioni di Caltanissetta e Palermo. Cozzano con l’azione di governo, che ha inasprito il carcere duro anziché ammorbidirlo. Cozzano in quel riferimento a Berlusconi nel foglio sequestrato a Ciancimino jr, che si vuole recapitato al destinatario politico a cavallo fra le due bombe, quando così non può essere perché Berlusconi viene chiamato «onorevole», e tale lo diventerà solo due anni più tardi. Le due tesi si scontrano drammaticamente con le dichiarazioni del boss Giovanni Brusca, l’uomo più vicino a Totò Riina, che a verbale ammette di non aver mai sentito parlare di Berlusconi dal suo capomafia e di non essersi mai attivato per sostenere Forza Italia quand’invece il collega-boss Leoluca Bagarella puntava politicamente sul movimento autonomista «Sicilia Libera». I pm hanno poi un altro problema: dimostrare che Berlusconi e Cosa nostra erano una sola cosa, quand’invece la storia comprova il contrario. Negli anni al Cavaliere la mafia ha provato a sequestrare e uccidere il figlio, a mettere bombe estorsive alla Standa, a chiedere il pizzo per le antenne Mediaset. Si tratta così un socio in affari? No, tant’è che numerosi atti processuali dimostrano l’inizio e la prosecuzione di rapporti di conflittualità economica e non di interlocuzione politica. Il destinatario dell’estorsione ovviamente non può poi essere il tuo referente politico a Roma. Ecco perché occorre capire a chi poteva giovare davvero quella «trattativa» che oltre a fermare le bombe serviva a gestire il traghettamento in un nuovo governo, dopo aver evitato a Giulio Andreotti di salire al Quirinale subentrando a Cossiga vittima del procedimento di impeachment avviato dal Pci. Ai pm l’ex presidente ha detto d’aver seguito da vicino l’«improvvisa decisione di Berlusconi» di scendere in politica «due-tre mesi prima delle elezioni del 1994». Una decisione che spiazzò tutti. A cominciare da chi, sulla pelle di Falcone e Borsellino, aveva fatto i conti senza l’oste di Arcore.
(2.Fine)