L’uomo e l’Himalaya Storie di avventurieri e scienziati pazzi

Correva l’anno 1829. Victor Vinceslas Jacquemont era un botanico francese. Alto, attraente, vestito di nero dalla testa ai piedi, artista per diletto e uomo di grande ingegno, coccolato nei salotti parigini nonché amico di Merimée e Stendhal. Un giorno, per riprendersi da una turbolenta storia d’amore con una famosa cantante d’opera, il giovanotto si rifugiò in India con la scusa di raccogliere una collezione di flora e fauna destinata al Jardin des Plantes della Ville Lumière. Tra una peripezia e l’altra, un bel dì, durante il trasferimento a Lahore, fu derubato del suo inseparabile clistere, che a suo dire lo preservava dalle malattie intestinali. Dopo alcune laboriose ricerche, il prezioso aggeggio fu ritrovato insieme al ladro entusiasta che lo aveva scambiato per la curiosa versione europea di un narghilè...
Questo è soltanto uno dei tanti aneddoti che costellano il denso e affascinante libro di John Keay, il massimo storico anglosassone dell’esplorazione himalayana, della Compagnia delle Indie e di tutto ciò che, direttamente o indirettamente, le ruotava intorno. Tradotto in Italia per la prima volta da un esperto di vette qual è Lorenzo Scandroglio (aduso ai reportage letterari d’alta quota), il volume descrive, tra il serio e il faceto (con passaggi esilaranti di understatement e british humor), quell’area vasta, ignota e pericolosa che si trova fra sub-continente asiatico (l’India) e Asia Centrale. Migliaia di chilometri quadrati, 6 sottosistemi montuosi, «piccole» pieghe della terra (si fa per dire, visto che vi si trovano ben 5 dei 14 Ottomila della terra) all’interno di quella piega gigante che si chiama Himalaya. Il libro, che fra l’altro costituisce un interessante capitolo di storia del colonialismo britannico, è naturalmente una «Bibbia» irrinunciabile per esploratori/scalatori/appassionati di montagna che intendano inoltrarsi, a piedi o con l’immaginazione, in questa meravigliosa parte di mondo. Non a caso l’anno scorso, con il Cinquantesimo della prima salita italiana al K2, molte delle pubblicazioni a tema hanno attinto alla versione inglese per raccontare chi furono i primi occidentali ad avvistare la montagna che fu chiamata Karakorum 2 (da cui il nome), ritenuta, con i mezzi di allora, la seconda montagna in ordine d’altezza del Karakorum. Il libro di Keay rivela poi il perché di certa nomenclatura delle Western Himalayas: per esempio, all’ottocentesco geologo Godwin Austen (cui è dedicato uno degli ultimi capitoli del libro), è intitolato il tratto del ghiacciaio Baltoro che porta al K2. Non solo: Godwin-Austen Mount è uno dei nomi del K2. Per farla breve, la storia dell’esplorazione dei primi occidentali in quelle terre era fino ad oggi - almeno in Italia - per lo più ignota. Al massimo si sapeva qualcosa dalle varie pubblicazioni riguardanti la storia del The great game («Il grande gioco»), intricata serie di vicende che hanno per protagonisti Impero Britannico e Russia in quegli anni rivali nel timore di reciproche invasioni. In particolare gli inglesi temevano che dai passi himalayani potesse arrivare l’armata russa e invadere l’India. Così, alcuni protagonisti della storia di Keay ottennero finanziamenti non tanto per fini scientifico-geografici (anche se, ovviamente, ne conseguiva un avanzamento delle conoscenze e delle mappature dell’area), quanto per scoprire da dove avrebbero potuto arrivare i russi. La parte più gustosa del libro riguarda comunque i personaggi, viaggiatori ineffabili, mercanti e farabutti, soldati di ventura e avventurieri richiamati dall’importanza strategica della regione non meno che dal sogno di (improbabili) fortune, quale fu il leggendario Alexander Gardiner; ma anche esploratori entusiasti e coraggiosi (su tutti lo straordinario William Moorcroft a cui sono dedicati diversi capitoli o il sottovalutato Godfrey Thomas Vigne) e inguaribili romantici, per i quali vale bene una citazione di Gorge Byron: «...And to me/ High mountains are a feeling». (...E per me/ le alte montagne sono un sentimento). Quando uomini e montagne si incontrano, questo è il titolo del saggio di Keay (Neri Pozza, pag. 416, euro 18,50), è un libro di storia e la testimonianza inedita di un’impresa grande ed epica. Ma è soprattutto un libro di montagna molto speciale che trasmette in modo originale l’umana tensione verso l’alto, verso l’ignoto e la sua temibile seduzione.
m.gersony@tin.it

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