La recente ristampa di Magia e civiltà (Edizioni Museo Pasqualino), l’antologia che Ernesto de Martino curò per Garzanti nel 1962, arriva accompagnata da un apparato critico importante (prefazione Di Fabio Dei, postfazione di Martino Rossi Monti) che restituisce al libro la statura che gli spetta: non una semplice antologia a uso universitario, ma un atto di rottura nella storia culturale italiana del dopoguerra.
Per capire la portata di quell’operazione bisogna ricordare da dove partiva l’Italia. Fino agli anni Quaranta la cultura nazionale, formata sull’idealismo crociano e poi passata al marxismo storicistico, considerava l’etnologia una disciplina minore, buona al più per l’esotismo coloniale, e liquidava la storia delle religioni comparate come folklore da museo. Mentre in Francia, in Inghilterra, in Germania la riflessione su magia, rito e sacro produceva opere fondamentali (Frazer, Lévy-Bruhl, Mauss, Malinowski, poi Eliade, Jung, Kerényi, Otto, van der Leeuw), in Italia quei nomi restavano quasi sconosciuti al lettore comune, e spesso anche a quello specialistico.
De Martino, con Magia e civiltà, re-introduce sistematicamente questi autori: la sua antologia presenta un disegno coerente nel quale si inseriscono brani decisivi del Ramo d’oro di Frazer, le ricerche di Lévy-Bruhl sulla mentalità primitiva, lo studio delle religioni di Mircea Eliade. Non si tratta di semplice divulgazione: De Martino colloca questi testi dentro una cornice teorica precisa, quella della «crisi della presenza» e del suo superamento rituale, che gli permette di leggere la magia non come errore da correggere ma come risposta storicamente determinata a un rischio esistenziale. L’uomo primitivo, di fronte alla morte, sviluppa una crisi che si manifesta attraverso la sensazione di irrealtà del mondo circostante, la perdita della percezione del tempo, l’incapacità di agire nel presente, il senso di estraneità verso le attività quotidiane. La magia è un modo di reintegrare l’uomo nel presente. La religione, su un piano più raffinato, serve allo stesso scopo.
Il terreno era stato preparato pochi anni prima da un’operazione editoriale che resta tra le più contestate e lungimiranti del Novecento italiano: la collana Viola einaudiana, cioè la Collezione di studi religiosi, etnologici e psicologici avviata nel 1948. Fu Cesare Pavese, insieme allo stesso De Martino, a volerla e a dirigerne i primi passi, in un momento in cui pubblicare Frazer o Jung per una casa editrice vicina al Pci era un azzardo. E infatti la Viola non ebbe vita facile. Pavese vi porta la sua ossessione per il mito, che nutre in parallelo la sua stessa scrittura narrativa (si pensi a Dialoghi con Leucò), e la collana diventa il canale attraverso cui l’Italia riceve, con vent’anni di ritardo rispetto al resto d’Europa, l’antropologia religiosa e la psicologia del profondo.
Non fu un percorso facile. La cultura comunista ufficiale, quella che discendeva da Gramsci attraverso Togliatti, guardava con sospetto dichiarato a ogni interesse per l’irrazionale. Il folklore, nella lettura gramsciana, era materiale «subalterno» da studiare per comprenderne l’arretratezza e favorirne il superamento nella modernità razionale del progresso socialista, non un oggetto da prendere sul serio nella sua logica interna. Che un intellettuale organico al partito dedicasse anni allo studio della magia lucana, del tarantismo, dei riti funebri, suonava a molti compagni come una deviazione pericolosa, un cedimento a quello stesso irrazionalismo che la tradizione marxista si vantava di aver storicamente superato insieme all’idealismo crociano. De Martino dovette costruire, saggio dopo saggio, una giustificazione del proprio oggetto di studio, insistendo sul fatto che comprendere la magia non significava rivalutarla ma storicizzarla: un’operazione che oggi appare ovvia e che allora costò diffidenze, distinguo, silenzi. Magia e civiltà è la testimonianza di un’Italia che usciva a fatica da un provincialismo culturale doppio: quello cattolico, per cui la magia era superstizione da estirpare, e quello marxista ortodosso, per cui era un retaggio negativo da correggere con la storia. De Martino, con l’aiuto dell’intuito di Pavese e della struttura editoriale einaudiana, apre una terza via, quella di uno sguardo storicista ma non liquidatorio, capace di prendere sul serio ciò che la ragione illuministica (di destra come di sinistra) tendeva a rimuovere.
La nuova edizione, con il suo apparato critico ampliato, ha il merito di restituire questa genealogia al lettore di oggi, che rischia altrimenti di leggere De Martino come un classico neutro dell’antropologia, dimenticando quanto la sua opera fu, nel contesto italiano, un atto di coraggio intellettuale prima ancora che scientifico. L’antologia esercita un’attrazione magnetica (magica?) e destabilizzante. Molti problemi che affliggono l’uomo contemporaneo sono, in realtà, universali ed eterni. Riconoscersi nelle abitudini e nelle credenze di popoli primitivi è una bella lezione per chi crede ciecamente nel progresso, senza sapere cosa sia, e lo confonde con lo sviluppo.
