«Il caso Mauro De Mauro» che fa da sottotitolo al libro Ritratto di giovane fascista, di Mario Canali (Donzelli editore, pag.215, euro 18), ripropone, a mezzo secolo di distanza, quello che rimane uno dei fatti di cronaca più rilevanti della storia italiana del dopoguerra, il sequestro e la scomparsa (il suo corpo non è mai stato ritrovato) del giornalista Mauro De Mauro, per il quale si può giustamente riproporre ciò che l’inviato dell’Europeo Tommaso Besozzi aveva scritto, vent’anni prima, all’indomani dell’omicidio del bandito di Montelepre Salvatore Giuliano: «Di sicuro c’è solo che è morto».
La sera del 16 settembre 1970, De Mauro venne praticamente prelevato sotto casa. La figlia Franca, che stava anche lei rientrando da una passeggiata con il fidanzato, fece ancora in tempo a vederlo in strada, in macchina, insieme con delle persone. Sentì una di loro che diceva «Ammuninne», andiamo, in siciliano. De Mauro mise in moto e partì. L’auto venne poi ritrovata a qualche centinaio di metri di distanza. De Mauro scomparve per sempre.
Il cognome De Mauro era per la verità conosciuto all’epoca soprattutto grazie al fratello minore Tullio, allora quarantenne (fra i due c’erano undici anni di differenza), ma già affermato linguista, docente universitario, collaboratore del quotidiano paracomunista, come si diceva a quei tempi, Paese sera e risolutamente schierato a sinistra: l’anno dopo sarà tra i firmatari della lettera aperta sul caso Pinelli pubblicata dall’Espresso e dell’autodenuncia di solidarietà a Lotta continua.
Anche L’ora, il quotidiano di Palermo dove De Mauro lavorava, stava a sinistra, essendo di proprietà del Pci, e insomma in quel 1970 in cui si aprivano gli anni di piombo Mauro De Mauro si ritrovò più o meno circondato da un’aurea progressista che lo trasformò in cronista indomito, nemico giurato della mafia e della mafia degli appalti, nonché possibile scopritore della verità sulla morte del presidente dell’Eni, Enrico Mattei, avvenuta otto anni prima.
Questo spiega anche perché il passato fascista di De Mauro, che pure era conosciuto, venisse derubricato a incidente di percorso, la gioventù italiana traviata da Mussolini, ma nell’intimo e senza saperlo antifascista, sull’onda di quel Lungo viaggio attraverso il fascismo di Ruggero Zangrandi, che negli anni Sessanta era stato un bestseller. In realtà, come documenta molto bene Mario Canali, il fascismo di De Mauro non era stato una semplice sbornia giovanile: dal 1940 al 1945 non aveva mai avuto un ripensamento, nella Roma sotto il controllo tedesco era stato un uomo delle Ss, aveva partecipato in prima persona al massacro delle Fosse Ardeatine, aveva aderito alla Repubblica sociale, denunciato e dato la caccia a partigiani o supposti tali, assistito a interrogatori e torture... Si era anche, ma questo ha più a che fare con l’uomo che con l’ideologia, impadronito del denaro della cassaforte della Federazione fascista di Novara, simulando un furto con scasso...
Va anche detto, per completare il quadro d’insieme, che nella Sicilia del secondo Dopoguerra, il connubio fra neofascismo e comunismo era stato alla base del cosiddetto milazzismo, dal nome della giunta regionale democristiana e scissionista di Silvio Milazzo, che lo stesso direttore dell’Ora comunista aveva trascorsi fascisti e filomonarchici, e che, più in generale, a partire dallo sbarco alleato in Sicilia l’isola aveva visto un andirivieni di spie angloamericane, agenti doppi italiani, fascisti riciclatisi in informatori, capì mafiosi arrivati dall’America, teorici dell’indipendenza dall’Italia, una miscela di collusioni, arricchimenti, trame, omertà che si era allungata per oltre un decennio.
Mario Canali ripercorre l’esistenza di De Mauro, che ha un po’ il tono tragico e cupo di un film di Louis Malle, Lacombe Lucien, con l’accuratezza propria di uno storico che ha al suo attivo molti libri che indagano sul fascismo e su figure quali Matteotti, Togliatti, Gramsci, anche se a volte lo stile finisce per assomigliare a una informativa dei carabinieri con punte da feuilleton: le piaghe purulente gli scenari inquietanti le cortine fumogene...
La tesi di fondo, suffragata da una serie di elementi, è che dietro alla scomparsa di De Mauro non ci fosse né la mafia né la morte di Mattei e tantomeno gli appalti dei fratelli Lima o il sacco edilizio palermitano legato al sindaco Vito Ciancimino. C’era invece il passato fascista di De Mauro da questi mai abiurato e che si era nutrito nel tempo sempre delle stesse amicizie, in primis quella con Junio Valerio Borghese, da lui conosciuto ai tempi della X Mas repubblichina e nel cui nome aveva persino battezzato, nel 1949, la sua seconda figlia: Junia Valeria Fiamma, un nome, un programma verrebbe da dire. Quel principe Borghese che, nel dicembre de 1970, pochi mesi dopo la scomparsa di De Mauro, avrebbe dato vita a un tentato golpe a cui non erano estranei elementi mafiosi.
Sul caso De Mauro ci sono state tre istruttorie. La prima, apertasi nel 1970 e chiusasi nel 1979, faceva propria la pista della droga, ovvero della mafia, e quella politica delle esattorie. La seconda, del 2001-2005, con un successivo decreto nel 2006 del Gup del tribunale di Palermo, rinviava a giudizio i tre reggenti di Cosa nostra all’epoca del delitto, Riina, Badalamenti, Bontate, per «omicidio premeditato, pluriaggravato». Il successivo processo, 2006-2015, assolse Riina, l’unico ancora vivo della triade mafiosa, definì «altamente probabile» la pista Mattei e inattendibile la pista Borghese, perché basata sull’unica testimonianza di un pentito di mafia. Va detto che l’entrata in scena di pentiti mafiosi, la scomparsa e la ricomparsa di documenti, l’azione di depistaggio di uomini dei Servizi, l’anomala durata ogni volta dell’istruttoria spiegano perché gli italiani si fidino poco del funzionamento della giustizia nel loro Paese.
Una domanda aleggia nella ricostruzione di Canali. De Mauro aveva informazioni sul progettato golpe Borghese, aveva cioè per le mani una storia che, una volta pubblicata, «avrebbe fatto saltare per aria mezza Italia», come aveva detto una volta?
La sottintesa risposta di Canali è sì, ma si presta a un’obiezione di fondo: perché De Mauro sarebbe dovuto andare contro una figura e un’idea che erano state le sue anche dopo la caduta del fascismo? Dal golpe Borghese, in sostanza, non aveva niente da perdere o da temere e tutto da guadagnare. Si potrebbe rispondere che De Mauro era un giornalista, cioè uno che, nella retorica del mestiere, insegue sempre la verità e se ha una notizia la pubblica, costi quel che costi. Nel ricostruirne però la biografia, il ritratto che ne fa Canali è quello di un esaltato e di un criminale, di un ladro e di un alcolizzato, di un doppiogiochista e di un opportunista... Certo, l’animo umano è insondabile, ma da qui a rischiare la vita, e morire, per uno scoop il percorso di redenzione è più arduo che credibile.
