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Letteratura

Perros, il fascino ruvido di un autore senza regole

Per la prima volta in Italia i “Papiers collés”, una caotica ma avvincente collezione di idee sparse. Tra poesia, aforismi, sarcasmo, la Bretagna, la motocicletta. E le donne, soprattutto Jeanne Moreau

Georges Perros

Una frase tratta dal referto biografico è sufficiente per insinuarsi nella leggenda. «Amava vagabondare in Bretagna con la moto donatagli da Jeanne Moreau». Diverse fotografie, in effetti, lo ritraggono a cavallo di un bolide, volto cupo, corpo tozzo, nei borghi più remoti di Francia, circondato da vecchie che fanno la maglia o da bambini col pallone. Aveva conosciuto Jeanne Moreau, la straordinaria attrice di Jules e Jim, di Fuoco fatuo, di Querelle de Brest, nel primo tempo della sua vita, quando faceva l’attore per la Comédie-Française. Amava le donne amava osservarle, compilarne la diversità, feconda e felina. Uno dei suoi memorabili aforismi ne delinea l’indole: «Quando mi trovo con una donna che si offre fuggo è molto difficile lasciare che le cose accadano da sole. Sono attratte dalla catastrofe. Quanto a raddrizzarle, è ancora peggio. Restiamo soli. Merda».

Poi, s’era stancato di tutto, aveva mollato tutti. Nato a Parigi il 31 agosto del 1923, Georges Perros (per l’anagrafe Georges Léon Poulot) si ritira nel ’59 a Saint-Malo, poi a Douarnenez, piccolo, magnetico porto nel Finistère. Una moglie, Tania Moravsky, cinque figli: uno di questi Frédéric ricorda che il padre non nuotava: amava passeggiare sulla spiaggia, dirottare verso il bar, parlare con i marinai. Trafitto dalla povertà, Georges Perros scriveva.

L’essenza della letteratura francese sono i journal, i diari scritti in favore di pubblico. Il genere permette all’autore libertà di temi e libertinaggio in scrittura: l’anima del flâneur e quella del voyeur si fondono nei grandi scrittori di diari la mia lista: Marcel Johuandeau, Paul Léauteaud, Julien Green , l’eleganza dello stile cioè: affilare gli artigli si misura con l’osservazione rapace, spiazzante, spesso brutale. La letteratura francese si sviluppa come una barriera corallina intorno alla sagacia di Montaigne i suoi Saggi sono il prototipo del journal e al biografismo selvaggio di Chateaubriand (le Mémoires d’outre-tombe sono il libro-totem, il libro-Graal dei francesi). In questo contesto, Georges Perros mette una variante. I suoi infiniti Papiers collés pubblicati in più volumi dal 1960, ora tradotti da Camilla Diez per Edizioni degli Animali, pagg. 210, euro 22 sono, appunto, una caotica collezione di fogli sparsi, un collage, «pezzetti o ritagli di carta», materiali di scarto, pura aporia letteraria, ebbra apostasia. I Papiers collés, potremo dire, sono il negativo del journal: l’eleganza è sostituita da una sorta di menefreghismo stilistico, l’egotismo si volta in abisso di sé, l’ascetismo dei fuggiaschi, il gusto di sputtanare e di denudare le convenzioni sociali si tramuta in asocialità, nell’icona dello scrittore sputtanato dalla vita («La vita è una cieca che tiene l’uomo al guinzaglio»). Alcuni pensieri redatti sulla vetta del vagabondaggio interiore sono folgoranti: «Scrivere è rinunciare al mondo implorando il mondo di non rinunciare a noi»; «È altrettanto stupido suicidarsi di quanto lo sia amare. È sempre un malinteso a decidere il gesto»; «La cosa peggiore che possa succedere a Dio è che l’uomo non metta più in dubbio la sua esistenza. È anche la cosa peggiore che possa succedere all’uomo».

A differenza dei journal tenuti, per lo più, da scrittori di mondo i fogli di Perros, disinteressati, non si occupano di attualità, non cercano la provocazione. Gli interventi in fatti letterari sono rari (questo è memorabile: «Saint-Exupéry era un bravissimo uomo perché quelli che fanno di lui il loro idolo sono, il più delle volte, degli imbecilli?»); di solito Perros sonda gli assoluti, cioè le cose di tutti i giorni, meditati dopo lento addestramento a una solitudine amata quanto il digiuno.

Era un uomo ruvido, Perros, ancorato a un orgoglio da sabotatore. Campava facendo il lettore per il Théâtre National Populaire e per Gallimard, scriveva sulla Nouvelle Revue française diretta da Jean Paulhan, leggeva Kafka, Rimbaud, Kierkegaard, Chamfort. Dal 1969 prese a insegnare all’università di Brest: portava gli studenti al bar, diceva di dare «lezioni di ignoranza», «maggioranza di studentesse», scrisse, «mi fissano come fossi una mucca». Della sua Bretagna scrisse che «fa l’amore con il mare» e che «l’acqua, le donne e la morte ci prendono nella nostra nudità. Ci cambiano». Pubblicò i Poèmes blues per Gallimard nel 1962; cinque anni dopo, nella collana Le Chemin dove figurano autori totali e totalmente inattuali come Jude Stéfan, Michel Butor, Pierre Guyotat e il futuro premio Nobel Le Clézio uscì il suo roman poème, Une vie ordinaire. A Brice Parain, il pensatore che per Gallimard aveva in cura i suoi libri, preferì scrivere dell’apocalisse turistica: «I pescatori sono tutti felici: tirano a riva tonnellate di sgombri, i soldi scorrono a fiumi. Io, invece, vorrei che piovesse tutti i giorni, così i turisti si leverebbero di torno. Non sono egoista, è che amo troppo questa mia Bretagna». Lo onorarono con qualche premio il Prix Max-Jacob nel ’63, il Valery Larbaud dieci anni dopo ma ciò non scalfì il suo essere fuori dal mondo, dal tempo. In ogni caso, Perros morì presto, nel gennaio del 1978, per un cancro alla laringe. Da due anni non riusciva a parlare.

Nell’edizione che raccoglie le sue uvres (Gallimard, 2017), Georges Perros è definito «l’inclassificabile della letteratura francese». I Papier collés, «pubblicati contro la sua volontà perché le esigenze lo avevano sopraffatto e aveva bisogno guadagnarsi da vivere», divennero, come si dice, un libro di culto. Testimoniano una vita vissuta da straniero, da estraneo ai sacrari dell’epoca, ai falsi fasti della cultura imposta. Dopo la morte come accade sempre a tempre forgiate nella rinuncia Perros diventò, a sua volta, un dio. In un passo dei papier, chiosa intorno a un esistere alla macchia, Perros scrive: «Periodicamente, come un leitmotiv da conquistatore, voglia, bisogno di altrove, di spazio. Non riesco a sentirmi a lungo nella posizione dello scrittore... Provo il bisogno di spaccare tutto, di fare terra bruciata, di rimettere tutto in discussione, nel modo più stupido che esista. Forse questa mania finirà per rovinarmi completamente».

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