Leggi il settimanale
Aggiornato alle ore 05:33
Letteratura

I sogni muoiono all’alba. La rivoluzione di Montanelli

Così Indro raccontò le speranze di libertà che vide schiacciate sotto i cingoli dei carri sovietici

La rabbia, l'orgoglio e chi ci derideva

Fiuto e fortuna, poco senso del pericolo: in poche parole il giornalismo. Nell’ottobre del 1956 Indro Montanelli da anni inviato speciale del Corriere, è per caso ospite di un amico a Vienna, l’ambasciatore Corrias, per andare a caccia. A Vienna arrivano una serie di voci poco chiare sulla rivolta in Ungheria. Tutto il mondo oltre cortina è in subbuglio, ci sono stati moti anche in Germania, ma quello che accade a Budapest sembra essere diverso, anche se le agenzie parlavano solo di agitazioni studentesche. Montanelli ha un’intuizione: si reca all’ambasciata d’Ungheria a Vienna e trova tutto chiuso.

In macchina con l’addetto stampa dell’ambasciata italiana, a quel punto, decide di attraversare il confine - dove non ci sono più doganieri ma civili con un bracciale tricolore, anticipando tutti gli altri inviati dei giornali italiani. Arriva a Budapest il l° novembre, mentre i carri armati russi stanno abbandonando la città. Ma non è affatto una vittoria degli ungheresi, stavano soltanto riorganizzando le forze per schiacciare il sogno di libertà ed indipendenza di Budapest. Vi rientreranno però pochi giorni dopo.

Montanelli nel frattempo raccoglie gli entusiasmi dei ribelli di Imre Nagy, certi di un futuro «indipendente, neutrale e occidentale», un sogno che durerà soltanto 13 giorni. Il 4 novembre assiste poi alla fulminea occupazione sovietica della città con cinquemila mezzi blindati; alle «cento ore di disperata battaglia» in cui si resiste con le mitragliette alle corazze e ai cannoni, infine, alla repressione spietatissima. Indro è persino costretto a liberarsi dei propri appunti mentre si dà alla fuga verso Vienna dove comincerà a stendere il suo racconto. In primo piano nelle pagine, quello che anche un gran pezzo d’Italia non vuol vedere. La cronaca, scritta con penna finissima e in diretta, della battaglia di Budapest ha come contrappunto gli intrighi della politica internazionale: le incertezze di Tito, i raggiri di Kruscev la cui destalinizzazione aveva illuso gli ungheresi, le cautele di Dwight D. Eisenhower e del suo vicepresidente Richard Nixon, lo stallo delle democrazie occidentali inchiodate dalle dinamiche della Guerra fredda.

A rileggere quegli articoli si può vedere come il giornalista riesca a cogliere con anni di anticipo i prodromi, bradisismici, del collasso del comunismo, che sopraggiungerà più di trent’anni dopo. Ma la parte più forte è quella meno giornalistica: la profonda empatia che Montanelli prova nel trovarsi di fronte a quella che definirà: «La sublime pazzia della rivolta». Il titolo con cui ancora oggi sono reperibili raccolti in volume quei reportage.

Ed è da questa profonda vicinanza emotiva che nasce anche un’opera teatrale, protagonista Ernesto Calindri, che poi arriverà anche sul grande schermo: I sogni muoiono all’alba. La trama? Racconta le vicende di cinque giornalisti italiani che vivono le ultime ore della rivolta. Rinchiusi in una stanza dell’albergo Duna. Uno di loro, comunista, avrà una crisi di coscienza e seguirà la ragazza che ama per combattere nelle strade. La versione cinematografica del 1961 è l’unica regia di Montanelli - affiancato da Mario Craveri ed Enrico Gras - che con un cast di buon livello - tra gli altri ci sono Lea Massari e Renzo Montagnani - ottenne anche un buon successo di critica: nel 1962 Lea Massari per la pellicola vinse un David di Donatello e una Grolla d’Oro.

Oggi quel film è davvero quasi dimenticato e difficile da reperire. Un pezzo di memoria perduta per una vicenda che la sinistra italiana già allora aveva lavorato per mettere sotto il tappeto. Accontentiamoci allora di dare un’occhiata al racconto che Montanelli fece della rivolta e che è reperibile nelle teche di Rai Storia. Sono 50 minuti eccezionali dove la viva voce di Indro racconta la festa, «l’ansia d’Occidente» come la chiama Montanelli, la violenza dei rivoltosi, i cadaveri dei membri della ferocissima polizia segreta ungherese linciata dalla folla, e il disastro che seguì con l’arrivo dei russi e la loro violenza immensamente più grande. Un racconto da brivido sul totalitarismo comunista che calpestò sotto i suoi cingoli un’intera nazione.

Commenti

I commenti non sono al momento disponibili e saranno ripristinati non appena possibile. Grazie per la pazienza.