La Parigi degli anni Venti del Novecento è, si sa, un mito letterario di cui, per molti versi, il libro postumo di Hernest Hemingway, Festa mobile, è la più classica delle rappresentazioni, «la Parigi dei bei tempi andati, quando eravamo molto poveri e molto felici».
Non è il solo, naturalmente, perché all’epoca Parigi non mancava di scrittori, di giovani aspiranti scrittori, di giovani finti scrittori, in specie d’oltreoceano: erano arrivati sull’onda lunga dell’intervento americano nella Grande guerra e per circa un decennio non se ne erano più andati: in patria c’era il proibizionismo all’estero il dollaro la faceva da padrone... Il crollo di Wall Street del 1929 fu il segnale che la ricreazione era finita e nel ricordo dei migliori di loro, scrittori, giovani aspiranti scrittori, giovani finti scrittori, quel decennio assunse, appunto, dimensioni mitiche, vite vissute insieme con dei geni rivendicando che di quella genialità avevano in qualche modo beneficiato anche loro, per dirla con il titolo di uno di quei libri di memorie... Si trattava altresì di regolamenti di conti postumi perché la comunità degli scrittori, siano tali, siano aspiranti, siano finti, è incline al pettegolezzo, alla gelosia, alla malignità tanto quanto quelle che un tempo venivano definite sciampiste e che nella postmodernità social sono state sommerse dall’odio in rete con pseudonimo... Quanto a regolare conti, del resto, lo stesso Hemingway di Festa mobile non è secondo a nessuno, si vedano i ritratti impietosi di Wyndham Lewis e Gertrude Stein, e se si vuole avere un’idea del clima di quell’epoca, feste, ubriachezza, promiscuità, eccessi, amori e dolori, al netto del risentimento più o meno legittimo, non è a uno scrittore che ci si deve rifare, ma a un barman, Jimmie Charters, il patron del Dingo in rue Delambre, e al suo This Must be the Place!: «Una stupenda Rolls-Royce si fermò davanti al locale e ne scesero due donne vestite con eleganza. Titubanti, sbriciarono fra le cortine della vetrina d’ingresso. Flossie le guardò con disprezzo e, mentre entrava nel bar, sibilò una sola frase:
Puttana! E allora la donna così apostrofata spinse gentilmente la sua amica: Andiamo Helen disse ansiosamente: Dev’essere questo il posto!».
Il libro di Jimmie Charters uscì nel 1934, con una prefazione, guarda un po’, proprio di Hemingway, ulteriore riprova della centralità di quest’ultimo in quella Parigi della generazione perduta teorizzata, più o meno a torto, da Gertrude Stein. E ha fatto bene Angelo Petrella nel suo La valigia perduta di Hemingway (Neri Pozza, 331 pagine, 20 euro)a farne una figura di riferimento in quello che è costruito come un vero e proprio giallo e che ha il suo punto di partenza in una zuffa per gelosia che vede coinvolto un giovane Henry Miller e poi nel suicido sospetto d un’impiegata della Mason Chanel, amica e per certi versi allieva di Man Ray, ma anche vecchia fiamma dello stesso Hemingway...
A occuparsi delle indagini è un giovane agente di polizia, Marcel, che a tempo perso è un aspirante scrittore, nonché un ex studente della Sorbona specializzato in letteratura inglese e tuttavia di umili origini: il padre faceva il portinaio, la madre lavorava in fabbrica. È rimasto orfano, Marcel, ma sulla morte della madre, precipitata dal tetto di un palazzo quando lui era ancora adolescente, rimane il dubbio che non sia stata né una disgrazia né un suicidio... Spesso, di notte, l’inconscio di Marcel fantastica intorno a quella perdita...
Via via che l’indagine procede e i delitti si moltiplicano, lo scenario si allarga, da Montmartre a Montparnasse e un po’ a tutti i luoghi e i personaggi classici di quella Parigi già all’inizio citata. Entrano in scena James Joyce e la moglie, sempre alticcio il primo, sempre
guardia del corpo la seconda, arriva Kiki di Montparnasse, la più iconica delle modelle e delle cantanti ballerine dell’epoca, sfilano i locali, il Dome, la Rotonde, la Cupole, la Closerie de Lilas, i bordelli, le brasseries, le portinaie e i surrealisti, Breton, Aragon, le contestazioni alle prime teatrali di Cocteau, le risse, le sbronze, ancora e sempre gli ubriachi, Francis Scott Fitegerlad in testa, e i postumi da sbronza. Di là da qualche sbavatura stilistica, «interagire»,
«scalare in quarta», e di un protagonista che, a guardare bene, è un po’ un concentrato di cliché, Petrella conosce non solo il mestiere (oltre che romanziere in proprio è, fra l’altro, lo sceneggiatore di alcune fortunate serie televisive), ma anche l’epoca in cui la storia è ambientata e il lettore si lascia facilmente sedurre da n’inchiesta in cui non è questione di gente comune, ma si ha a che fare con la créme artistica di un momento irripetibile e con il fascino di una Parigi mai come allora così vibrante e dove tutto ha una sua reale consistenza, a partire da quella valigia di Hemingway che dà il titolo al libro e che andò effettivamente perduta alla metà degli anni Venti con i suoi primi manoscritti.
Proprio però perché un giallo, sorprende che, da giallista esperto, Petrella trucchi un po’ le carte, inserendo a pagina 284, in pratica una quarantia di pagine prima della fine, un colpevole di cui sino ad allora non c’era stata traccia. l’impressione è di un qualcosa di appiccicato alla bell’e meglio come nella stessa scena finale, dove al culmine di un inseguimento fra Marcel e l’assassino, che poi è un’assassina, ricompaiono dal nulla non solo Hemingway, che avevamo lasciato da tutt’altra parte, ma il fidanzato sospettato della prima vittima e che non si capisce come sia arrivato lì, risulta abborracciata.
È un peccato, perché La valigia perduta di Hemingway ha anche delle belle pagine sul mestiere dello scrittore, mutuate da Hemingway e da Miller, ma che conservano la loro validità, ed è in fondo una lettera d’amore a una città che è stata a lungo l’essenza stessa della letteratura. Perché poi, «Per Parigi non ci sarà mai fine e i ricordi di chi ci ha vissuto differiscono tutti gli uni dagli altri. Si finiva sempre per tornarci, a Parigi, chiunque fossimo, comunque essa fosse cambiata quali che fossero le difficoltà o la facilità con la quale si poteva raggiungerla». E questo è l’Hemingway di Festa mobile.
