I lettori sono già affezionati alle storie del commissario De Vincenzi, creato da Augusto De Angelis nel ’35, che Luca Crovi ha riportato al centro di nuovi casi nella Milano degli anni Trenta. Crovi, editor alla Sergio Bonelli Editore e firma storica del nostro Giornale, non è solo un esperto di letteratura gialla: è narratore a sua volta, come ha dimostrato anche con la monografia Tutti i colori del giallo (2002), con cui ha vinto il Premio Flaiano e ispirato la trasmissione radio omonima, e con Andrea Camilleri. Una storia (2025), dedicato a un maestro del genere. Crovi, il cui universo di conoscenze spazia dai fumetti al rock, dalla storia antica a Tolkien, torna con un romanzo a tinte nere ma non solo: L’aquila e i lupi, in libreria dall’8 settembre per Sem (pagg. 368, euro 22) è ambientato nel II secolo d.C., fra le legioni romane di Marco Aurelio devastate da una terribile pestilenza che misteriosamente risparmia i loro nemici, i Marcomanni. Così l’imperatore filosofo si trova a dover mettere alla prova le sue convinzioni, come leggiamo nel brano che vi proponiamo in questa pagina, per gentile concessione dell’editore Sem.
Eleonora Barbieri
Dalla foresta che circonda il castrum non esce alcun suono. Sono giorni che i nemici non urlano né tirano dardi. Sembrano spariti, mentre l’oscuro demone della peste miete morte nell’accampamento. Gli aruspici hanno consultato il cielo e le viscere degli animali ma non hanno ottenuto risposte. Marco Aurelio, chiuso nella sua tenda, non riesce a dormire. Da settimane lo perseguitano dolori al basso ventre. Fitte che costringerebbero chiunque a strisciare per terra. Ma lui ha imparato a convivere col dolore. Per questo anche quella notte è in ascolto. Il morbo non lo preoccupa. Vive ogni giorno della sua vita come se fosse l’ultimo. Lo attraversa come se fosse morto. Sa che il dolore e la malattia possono essere combattuti dalla ragione umana. Perché i sintomi o sono sopportabili e quindi non letali oppure se sono gravi e persistenti va attesa con serenità la morte. Quando l’imperatore non riesce a dormire scrive. Frasi brevi. Testi che possano fortificarlo. È consapevole di ciò che lo attende. Cerca di non farsi annientare dagli eventi. Anche quelli più tragici li affronta con coraggio.
In quel momento è seduto sulla branda nella sua tenda. Osserva i pochi oggetti che lo circondano. Non ama il lusso. Non conserva ciò che è inutile. Ha persino ridotto le letture per essere il più leggero possibile durante la campagna militare. Nell’aria percepisce che sta per arrivare un temporale. Poi all’improvviso sente latrare uno dei cani molossi. I romani sono abituati a metterne quattro ai lati del castrum. Sono legati lì per sentire la presenza dei nemici. Sono istruiti a dar loro la caccia nelle foreste. Sono stati allenati a sbranarli in battaglia. Solo i cani sembrano non avere alcun sintomo del terribile morbo che sta accanendosi contro i Romani. Alcuni soldati sostengono che gli dèi hanno maledetto Roma e i suoi figli. Ma Marco Aurelio non crede nella rabbia degli dèi. Lui non è spaventato dai loro capricci. È convinto che non siano loro a governare il cielo e la terra. Il destino per lui va accettato con serenità così come il dolore. Perché non è il dolore a turbare l’uomo ma l’opinione che si sviluppa intorno ad esso. Sentire dolore non vuol dire per forza provare paura o angoscia. Se avesse permesso al dolore di impossessarsi di lui sarebbe impazzito già da tempo. Eppure veder soffrire i suoi soldati non lo lascia sereno. E quando sente latrare i cani sa che qualcosa sta succedendo. Apre la tenda ed esce. Nel mezzo della nebbia vede due legionari che lasciano andare gli animali, togliendo loro il collare. Si mettono a correre verso la foresta. Lui in piedi aspetta. Non sente nulla. I cani non rientrano al campo. Aspetta. Ascolta l’aria ma non percepisce nulla. Poi uno spaventoso guaito risveglia tutto l’accampamento romano. I legionari di guardia danno l’allarme. Viene radunato un gruppo di esploratori. Si armano e entrano nel bosco. Ma anche loro non fanno ritorno. Quando Marco Aurelio sente un urlo straziante e prolungato capisce che non può più restare lì. Si allaccia i calzari. Non indossa la corazza. Deve essere leggero e veloce. Prima che uno dei soldati possa fermarlo è già montato a cavallo. L’imperatore lo sprona e si dirige verso il bosco. I suoi uomini lo vedono sparire fra gli alberi.
In pochi minuti Marco Aurelio è immerso nella foresta. Deve stare attento mentre cavalca nell’ombra. Il destriero avanza sicuro sul terreno. Con la pioggia improvvisa arriva anche l’odore del sangue. Lo sente il cavallo che si innervosisce e si mette a nitrire. Ma lo sente anche l’imperatore. L’esplorazione del bosco continua. Marco Aurelio è attento anche al più piccolo dei rumori. Basterebbe l’eco di un ramo spezzato a catturare la sua attenzione. Ma non percepisce nulla. Il cavallo continua ad avanzare. Poi all’improvviso si arresta e, nonostante l’imperatore cerchi di spronarlo con le redini, non vuole procedere. Qualcosa lo ha spaventato. Continua a piovere. L’imperatore scende e lega l’animale a un albero. Poi prosegue da solo a piedi. Al fianco ha un corto gladio. Decide di sguainarlo. I suoi calzari sprofondano nel fango. Raggiunge una radura dove la luce attraversa la pioggia e gli permette di vedere in maniera chiara. Un grande spiazzo dove l’erba sembra essere stata bruciata. Un luogo perfetto per accamparsi. Ai lati ci sono anche degli alberi abbattuti. Ma non è stato un fulmine. Riconosce i tagli delle scuri degli uomini. Osserva un’enorme chiazza nera sul terreno. L’odore che percepisce è nauseabondo. Sangue. Davanti a lui è apparso un lupo. E l’imperatore vorrebbe urlare.
