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Letteratura

“Non conosciamo nessuno soprattutto se vicino”

Caso letterario in Olanda con l’esordio “W.”, l’autore Tiemen Hiemstra racconta la storia di tre ragazzi e la nostra illusione di sapere chi siano gli altri. “Credevo di avere un infarto e ho scritto una lettera ai miei genitori. E poi...”

In Italia Tiemen Hiemstra sarà domani alla Feltrinelli Galleria di Milano, ore 18.30

In poco più di due anni, W., il romanzo d’esordio di Tiemen Hiemstra (Adelphi, traduzione di Dafne Paris, pagg. 188, euro 18) è diventato uno tra i più premiati romanzi europei e di certo un caso nederlandese: nel 2025 ha vinto anche De Inktaap, il premio scelto dagli studenti delle superiori. Hiemstra, classe 1991, è cresciuto a Groningen, vive ad Anversa e in questi giorni è in Italia: è stato al Festival 2084 della Scuola Belleville e a Pordenonelegge e domani sarà a Milano, alla Feltrinelli in Galleria.

Al centro della storia, un trio: Olaf, voce narrante, Hilde, la sua ragazza e W., l’amico enigmatico dei due. Un giorno, W. esce dalla loro vita senza spiegazioni: dietro di sé lascia una massa disordinata di contenuti online testi, immagini, i suoi meme più bizzarri. Olaf scava in quel materiale per capire cosa sia successo e chi fosse davvero l’amico e noi scaviamo con lui sull’amicizia, la perdita, l’identità.

Una sera, mentre pensava di avere un principio di infarto, scrisse una lettera ad amici e genitori: è lì che è nato il personaggio di W. Può ricostruire quel momento?

«Ho scritto una lettera a famiglia e amici quando vivevo a Lipsia, per spiegare perché mi ero trasferito lì e ho cominciato a romanzarla, immaginando di non aver fatto sapere a nessuno dove mi trovassi. Naturalmente non l’ho mai spedita: non ero più io a scriverla. È così che è nato il personaggio di W. Ho continuato scrivendo una scena in cui due amici leggono quella lettera, ed è così che sono venuti fuori Olaf e Hilde».

Perché ha scelto di indicare W. solo con un’iniziale?

«Mi sembrava adatto: tutto il libro parla di essere vicini a qualcuno senza conoscerlo davvero. W. ha qualcosa di intimo, perché suggerisce che basti una sola lettera per conoscere il nome di qualcuno. E allo stesso tempo è distante, perché come lettore non arrivi mai a sapere quale sia il suo vero nome. È esattamente questa dualità il tema del libro».

Lei racconta l’amicizia maschile in un’età liceo e università raramente narrata con questa intensità emotiva.

«Quando si parla di amicizie maschili, ci si concentra spesso sulla competitività e la difficoltà di parlare di sentimenti e relazioni. Questi stereotipi sono in parte veri: gli uomini spesso si sentono a disagio a parlare di vulnerabilità. Olaf e W. non sono del tutto liberi dal condizionamento di genere. L’affetto che provano l’uno per l’altro, a tratti, riesce comunque a superare il loro disagio».

Che ruolo hanno nel racconto i disegni di W. e come sono nati?

«Per noia. Durante la scrittura di W., quando non riuscivo a concentrarmi, disegnavo queste immagini sciocche. All’inizio non avevano nessun legame con la storia. Solo più avanti ho capito che sarebbe stato bello se W. avesse questa doppia vita online, all’insaputa di Hilde e Olaf di nuovo, per sottolineare la loro incapacità di afferrarlo davvero fino in fondo. Ho deciso che W. sarebbe stato una microcelebrità online per i suoi meme surreali. Da quel momento, le immagini sciocche che disegnavo sono diventate parte del libro».

Finale aperto: una scelta rischiosa.

«Dato che il libro parla di Olaf che non sa davvero chi fosse il suo amico W., mi è sembrato giusto mettere anche il lettore di fronte all’ignoto. Temevo che potesse risultare troppo frustrante per chi legge, poi ho pensato alla serie Twin Peaks e ho deciso di seguire il mio gusto: se David Lynch l’ha fatta franca, forse posso farla franca anch’io».

Com’è quello che lei chiama «il silenzio che qualcuno lascia quando scompare»?

«Quando siamo soli nel silenzio, a volte è come se l’ambiente intorno a noi cominciasse a guardarci a sua volta. Quando manca la presenza di altre persone, le cose intorno a noi colmano quel vuoto e diventano quasi una persona a sé, con una propria anatomia. Che mi affascina».

Quanto la filosofia guida la sua idea di letteratura?

«Molto. Il bisogno di capire di cosa sia fatta questa esistenza mi ha spinto a immergermi in filosofie diverse, ma alla fine ho capito che esiste un lato esperienziale ed emotivo dell’esistenzialismo che si esprime meglio attraverso la letteratura. È la strada che ho scelto».

Le persone scompaiono: una scelta radicale e sempre più frequente. È un momento storico o generazionale in cui la fuga ha un significato particolare?

«Quando ero molto giovane ho dovuto assistere alla scomparsa di una persona a me vicina. Da allora sono sempre stato affascinato dall’assenza e dalla partenza. Nella nostra epoca digitale c’è un paradosso interessante tra assenza e presenza. Da un lato siamo tutti onnipresenti, sempre raggiungibili, capaci perfino di partecipare a eventi a cui non abbiamo preso parte semplicemente guardandone foto e video. Allo stesso tempo cresce la solitudine di persone che hanno sempre meno contatti nella vita reale. I nostri profili online possono funzionare come maschere, non sono il nostro vero io e anche questa è un’assenza da registrare. Soprattutto in Occidente, abbiamo la tendenza ad aspettarci che tutto sia misurabile e sistemabile, mentre, per esempio, in gran parte della letteratura russa esiste un senso molto più forte del destino. I personaggi sono fatti in un certo modo e sono per questo condannati a percorrere una certa strada, spesso a costo del proprio stesso benessere. Non possono farci nulla. Non so se sono riuscito a creare personaggi davvero condannati, ma verso la fine c’è comunque una certa ineluttabilità. Doveva andare così. Spero che questo porti con sé un’idea di accettazione».

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