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"La mia prima serie tv è sul giudice beato Livatino. Con i consigli del Papa"

Al Taormina Film Festival Michele Placido rivela che Francesco gli chiese della regia: "Volle sapere tutto"

"La mia prima serie tv è sul giudice beato Livatino. Con i consigli del Papa"
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da Taormina

"Quando Papa Francesco seppe che volevo girare una serie sul giudice Livatino, mi convocò e volle sapere tutto. Avremmo dovuto incontrarci per mezz'ora e invece parlammo un'ora e mezza. Desiderava che fosse un'opera capace di toccare l'intimità delle persone, anche perché c'era in corso il processo di beatificazione".

Michele Placido chiude la settimana del Taormina Film Festival ritirando il premio alla carriera al Teatro antico, insieme a tante altre star tra cui Franco Nero, Russell Crowe, Gore Verbinski (il concorso è stato vinto dal film Hear the Yellow di Banu Sivaci). E, prima di salire sul palco, racconta la sua prima volta come regista di una serie televisiva (titolo Il giudice e i suoi assassini) che andrà in onda su Raiuno in due serate in autunno con protagonista Giuseppe De Domenico.

Placido, perché raccontare la storia di Rosario Livatino, ucciso dalla mafia nel 1990?

"Perché è stato un grande magistrato, un martire della giustizia, il primo giudice beato della Chiesa. Non ne voglio fare un santino, ma raccontarlo anche come essere umano. Abbiamo scoperto degli atti giudiziari inediti da cui emerge come usasse una metodologia contro la mafia che anticipava la linea di Falcone e Borsellino sul sequestro dei beni e il controllo dei conti bancari. Quando tocchi i soldi, per la mafia sei morto".

In questo mondo con tanti orrori, lei torna sulla malavita organizzata.

"Se usiamo la parola mafia in maniera estesa al comportamento delle persone capiamo quanto ancora ci riguardi: Livatino, profondamente cattolico, poco prima di morire disse una frase: Alla fine della vita non ci sarà chiesto se siamo stati credenti, ma se siamo stati credibili. Guardando al panorama attuale, mi chiedo quante persone credibili ci siano in giro".

Una tematica civile, come tante altre dei suoi film.

"Peccato che i giovani registi di oggi non abbiano più il coraggio di affrontare certi argomenti. Nel cinema italiano c'è una sorta di autocensura. Ci mancano i Francesco Rosi, gli Elio Petri, i Damiano Damiani, manca una generazione capace di fare film come Le mani sulla città, una scuola cinematografica che ci ha riempito di premi Oscar e che ha dato dignità alla nostra terra e alla nostra gente".

Il suo esordio alla regia fu con Pummarò, una denuncia del caporalato più che mai attuale.

"ro al mare, dietro una duna vidi dei ragazzi africani trattati da animali. Decidemmo di girare di notte, di nascosto. Quando i caporali ci videro, ce la vedemmo brutta, ma poi mi riconobbero Ma tu sei Placido!, però volevano cacciarci lo stesso, allora presi il capo per il petto e lo mandai a quel paese e continuammo a girare".

Oggi le serie tv sono il nuovo cinema. Ma il primo caso mondiale di serialità fu La Piovra.

"Tanto che ne fecero dieci stagioni, ma io alla quarta decisi di smettere, mi feci uccidere, gli americani rimasero sbalorditi. Io volevo fare altro e arrivò Mery per sempre, adesso c'è questo Mare Fuori, praticamente uguale".

Il prossimo progetto di recitazione è su Celestino V.

"È un film Rai in cui interpreto questo Papa che Dante colloca nell'Inferno.

Un personaggio che storicamente aveva 87 anni e io ora ne ho 80. La sua storia è bellissima e tragica: fatto pontefice perché le grandi famiglie romane non si mettevano d'accordo, si dissero tanto morirà preso e nel frattempo decidiamo, ma non fu così".

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