Thomas Mann diceva che l’evoluzione è un destino. Nessuno lo può sapere più di Silvana Armani, la nipote maggiore di Re Giorgio che lui stesso ha indicato come sua erede stilistica nella moda femminile. A poco più di un anno dalla scomparsa dello stilista-imprenditore, Silvana fa sfilare un’emozionante collezione titolata Evoluzione e piena di piccoli ma sostanziali cambiamenti ferma restando quella mistica della femminilità che ha alimentato la leggenda dello stile Armani.
«È stato magico» - dice nel backstage -. «Era tutto molto scoordinato ma funzionava». Inevitabile a questo punto chiedere di più sul processo evolutivo di questo suo lavoro e lei serafica risponde di aver usato per la prima volta il cotone che al mitico zio non piaceva soprattutto perché diceva che faceva povero. Poi spiega di aver pensato a una donna che brilla per cui c’è molta sera nei modelli da giorno, un luccichio deciso e al tempo stesso garbato anche nei capi con cui ci si veste al mattino per andare a lavorare. C’è ad esempio una sensazionale giacca di vernice con il tipico taglio Armani definito dal materiale infinitamente più corposo delle stoffe senza peso predilette da Re Giorgio. La sera è un’apoteosi di luci sofisticate e avvolgenti ad esempio nel divino vestito da sera a bustier interamente doppiato con una rete ricamata in un caldo punto di oro satinato. Lo indossa Agnese Zogla, storica mannequin della maison cui vengono sempre affidate le uscite più significative. Stavolta ne fa due, la prima delle quali con un impeccabile completo pantaloni nero dalla giacca a doppiopetto che indossa con un paio di guanti in filo bianco.
«È la perfetta riproduzione dell’abito indossato dal Signor Armani per la Prima Comunione» racconta la modella commossa dal gesto affettuoso e rispettoso allo stesso tempo, ma come tutti felice di un cambiamento che evolve e non stravolge. Si chiude così una delle più equilibrate fashion week di Milano grazie alla decisione di Prada di sfilare il primo giorno. Speriamo che la storia continui perché stavolta è stato possibile anche seguire qualche evento fuori calendario scoprendo e soprattutto riscoprendo dei veri talenti di moda. Il primo è stato Mario Dice, un designer che ha 32 anni di esperienza sulle spalle nonostante non abbia ancora compiuto le 50 primavere. La sua storia sembra incredibile ma è vera: appena sedicenne si presenta a Nicola Trussardi con una cartella di schizzi, l’imprenditore li mostra a un amico americano che lavora per Calvin Klein e il giorno dopo lo stilista americano contatta la madre per far avere al ragazzo un regolare permesso di soggiorno per motivi di studio. Resta 6 anni con Calvin e poi 3 con donna Karan, quindi torna in Italia e lancia la sua linea. La storia non finisce bene, anzi: perde tutto tranne il coraggio di ricominciare. La sua poetica collezione dedicata a Romeo e Giulietta sfila davanti a un pubblico commosso per la bellezza dei ricami ispirati dalle volute di ferro dei balconi antichi di Verona, dalle tinte come il giallo veleno di un sublime abito in chiffon, dalla perfezione delle camicie paragonabili solo a quelle di Gianfranco Ferré.
Sul grande architetto della moda italiana riscrivono un gran bel capitolo Tommaso Aquilano e Roberto Rimondi, indimenticabile duo creativo che dopo il drammatico fallimento di Ittierre ha volontariamente deciso di uscire di scena per assistere gli anziani genitori pur continuando a lavorare. Adesso tornano con una deliziosa collezione piena di riferimenti alla pittura di Koloman Moser, un pittore secessionista sul cui lavoro hanno trovato tutti i riferimenti del caso in un libro salvato dalla biblioteca di Gianfranco Ferrè. Bellissimo anche tutto il lavoro di Gianluca Capannolo sia per la linea sartoriale che porta il suo nome, sia per quella che disegna per Collini Milano, storico marchio di pellicceria meneghina rilevato dall’imprenditore Carmine Rotondaro. Per il marchio eponimo Gianluca trasporta l’eleganza sofisticata di Jane Seaberg in questo nostro tempo inquieto, mentre per Collini crea un tipo di sexiness privo di volgarità. Sfila a Milano la figlia del re della Thailandia che si chiama Sirivannavari con una collezione dedicata all’India confezionata però nel suo Paese con le sete di Jim Thompson, l’uomo che ha ispirato a Jan Fleming la storia di James Bond.
