Cento anni fa, esattamente il 26 maggio del 2026 nasceva un grandissimo astro del jazz, il trombettista afroamericano Miles Davis, l’artista che forse più di tutti ebbe la capacità di reinventare più volte questo genere musicale, anticipando continuamente le sue nuove direzioni. Nel palinsesto internazionale di omaggi al suo memorabile percorso - tra concerti, proiezioni e mostre fotografiche - spicca il progetto del grande compositore italiano Alessandro Cerino che a Davis dedicherà un indimenticabile spettacolo per orchestra sul palcoscenico dell’anfiteatro di Santa Margherita Ligure. L’appuntamento, per appassionati e no, è per sabato 12 settembre.
Cerino, come nasce l’idea di un concerto per filarmonica dedicato a Miles Davis ?
“Per il centenario di Miles Davis, tantissimi musicisti di jazz hanno pensato di sfruttare l’occasione, personalmente ritengo che soltanto pochi siano stati sinceri nel proporre qualcosa di sentito originale. Non mi risulta che nessuno abbia riproposto la meravigliosa sonorità che ha fatto comprendere ai colleghi, ma tutto sommato anche ai critici, l’originalità e la modernità del suono e delle proposte di Miles e cioè Birth of the cool e i quattro dischi realizzati con Gil Evans che già aveva partecipato all’altro disco. In Birth oltre al sassofono di Lee Konitz e di Gerry Mulligan c’è anche il Corno di Ghunter Schuller con cui io ho avuto l’onore di lavorare nel 1990 e poi ancora nel 1991 e poi anche strumenti che fanno parte dell’orchestra classica. Negli altri quattro dischi Miles Ahed, Porgy & Bess, Scetkes of Spain e il meno fortunato Quiet nights (disco che avrebbe voluto essere di Bossa nova) dove l’organico poi è decisamente cameristico; filarmonico per essere più precisi, laddove con questo termine si intende un organico classico senza archi, seppur con qualche sassofono
Il concerto per il centenario è dedicato a uno dei mostri sacri della musica jazz. Che cosa ha rappresentato Miles Davis per la sua carriera come musicista e compositore?
“Un grande insegnamento verso l’originalità e inoltre ricordo che ero affascinato dalla sonorità del suo quintetto con John Coltrane che per me ovviamente fu una illuminazione dopo Charlie Parker. Ma, da arrangiatore, soprattutto trovo stimolante questi scenari che pur avendo l’immediatezza che solo l’improvvisazione jazzistica può darci, avevano quella sonorità classica”.
Nel concerto di Santa Margherita ha deciso di coinvolgere musicisti del territorio, il Conservatorio di Genova e anche la filarmonica di Santa Margherita ligure. Questo tipo di scouting rientra nella sua filosofia di Lavoro?
“Da sempre mi ha affascinato quell’entusiasmo quella passione ma anche quella insicurezza, tre doti che ritengo di possedere tutt’oggi, che anima quello sguardo e quel sorriso dei giovani musicisti e infatti non a caso in questo organico c’è un grande talento che io avevo scoperto quando aveva 11 anni e avevo già chiamato in un mio organico per conto della Verdi quando aveva 12 anni a sostenere la ritmica in un organico di 92 elementi. Oggi Thomas Allen ne ha 19 ed ho affidato a lui la batteria. Inoltre, ho scoperto un altro grande giovane talento con uno strumento che il già citato Günther Schuller e pochi altri avevano accostato al jazz: si tratta di Lorenzo Cazzola che ha solo 16 anni, anche se per me l’età non conta, sta studiando armonia e improvvisazione con me e ricoprirà il ruolo di cornista. Per il resto, devo ringraziare il bassista Alessandro Favaro, che mi ha messo in contatto con la maggior parte dell’organico che proviene dal conservatorio di Genova E i miei figli solisti Martino Vercesi alla chitarra, e Daniele Moretto alla tromba”.
Quanti e quali brani ha scelto per il concerto? Solo i più famosi oppure alcuni che hanno un significato particolare per lei e per la storia del jazz?
“La partitura del direttore vede 11 brani, ma in realtà il penultimo è un Medley di sei brani dell’ultimo periodo di Miles dall’80 fino al 1990. Ho scelto quelli di questo periodo che ritengo più significativi, ma anche che mi affascinano di più come compositore e inoltre ho inserito anche Jean-Pierre, un brano tratto dal live We want Miles, il ricordo che un amico del liceo che veniva a giocare a Subbuteo a casa mia, si lamentava dei dischi che mettevo durante le partite perché a lui piaceva Lucio Battisti. Quando comprai quel disco, finalmente lo sorpresi perché appunto quello è un brano funky e lui non se l’aspettava. L’ultimo brano del Medley è una sorpresa e non posso rivelarlo dirò solo che è tratto da You are under arrest e anche questa sarà una sorpresa per i miei ammiratori…”.
Miles Davis è un personaggio affascinante dai molti volti, a cui sei particolarmente legato. Quasi una leggenda…
“Non penso mai a Davis come un trombettista, ma come a qualcuno che iniziando al fianco di Charlie Parker negli anni ‘40 abbia continuato a evolversi per circa cinquant’anni: se Bitches Brew non è un capolavoro di armonia e arrangiamento innanzitutto rivela uno dei miei musicisti preferiti, il chitarrista John McLaughin, e poi ha un senso di originalità e rottura col passato registrato in quegli anni”.
Il concerto avrà luogo non un teatro ma in una pubblica piazza, quella centrale di Santa Margherita. Pensi che un artista cult come Davis possa risultare comprensibile anche da un pubblico vasto e, come si suol dire, generalista?
“Innanzitutto, tengo a precisare che tutti ricordano Miles, ma pochi ricordano che nel 1926 nasce anche John Coltrane e anche in questo caso non bisogna pensare a lui come un sassofonista, ma come a qualcuno che per noi compositori ha dato degli stimoli enormi, basti pensare alla sua concezione del triangolo perfetto iniziata con gioia Steps che infatti ho inserito nel programma. Sulla originalità degli arrangiamenti tutti i miei, e sull’imponenza di un organico con il quale avrò ben sei prove da circa cinque ore l’una: questa grandiosità spero faccia presa anche su un pubblico estivo che ha voglia di abbandonarsi alla grande musica”.
E’ stato difficile ripensare i suoi brani in una chiave orchestrale?
“Alcuni furono suonati già da un organico di circa 11 elementi, altri invece erano stati registrati semplicemente in quintetto e quindi sì, ho dovuto pensarci molto per ogni brano prima di scrivere la prima nota e a volte durante la notte mi svegliavo immaginando quale sarebbe stato lo special o magari il finale. Ma questo è il mio lavoro, mentre burocrazia e la lentezza di tutto l’apparato che c’è dietro un comune, mi ha messo a un tale dura, prova che quando poi mi sedevo al computer sulle mie partiture, dove avrei passato dalle otto alle 10 ore al giorno, mi sembrava di rilassarmi come quando i giovanissimi si dedicano ai loro videogiochi…”.
Ritiene che un progetto di questo calibro sia un segnale importante per una località turistica come Santa Margherita ligure?
“Sì, innanzitutto si deve alla passione dell’assessore alla cultura che ha voluto questo concerto, ma poi per me è anche un segnale che non solo il jazz che nutre già il programma di un jazz club in quella località, ma anche per la prima volta, un jazz che potremmo definire cameristico possa essere apprezzato da turisti in vacanza. E lo stesso discorso posso fare per Gaggiano una piccola località sul naviglio nella quale vivo dal 1998 e dove, da quell’anno non mi avevano mai considerato come artista, ma essendo finalmente cambiata raggiunta, il ruolo di assessore alla cultura è ora ricoperto da una deliziosa donna, Sara Prampolini, che ha negli occhi il desiderio di portare anche qui una scelta coraggiosa. La Cultura, quella con la c maiuscola, è sempre la scelta più scomoda e coraggiosa, ma io so vivere solo di quella”.
