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Musica

Ora le mille note di New York tornano a suonare

La città ha perso molti dei suoi locali storici ma resta il centro delle nuove tendenze, a partire da gruppi come i YHWH Nailgun con il loro album di 11 minuti

radio city

Si chiama Magazine . È il nuovo album della band che incarna l’ultima sensazione della scena newyorkese, i YHWH Nailgun. Dura in tutto undici minuti, per un totale di dieci brani. Non èuno scherzo. Non c’è rischio di distrarsi nell’ascolto, non solo per il minutaggio.

Magazine è tellurico, poggia tutto su tenebrose percussioni, la voce di Zack Borzone, poeta che dice di ispirarsi a Paul Celan, non canta niente, è l’urlo di un bisturi. Nulla quanto queste dieci tracce tutte contenute in un minuto o poco più somiglia allo spirito radicale delle sperimentazioni sonore che si conducevano ametà degli Anni Settanta, ai tempi della compilation No

New York curata da Brian Eno. Se esiste una genealogia immaginaria che procede dai Suicide, passa dai Sonic Youth e dai Liars, al punto terminale stanno questi excerpta viscerali e raffinatissimi, tanto che la critica li ha paragonati alle pagine più decadenti dei Japan di David Sylvian. .

I YHWH Nailgun rappresentano alla perfezione l’aspetto concettuale di quella che ancora alla fine degli Anni Novanta era la scena musicale da cui partivano tutte le tendenze, dove gli stili si ricombinavano per dare vita a qualcosa di nuovo. Ora non esistono più i grandi club, le sale da concerto, i party e gli aftershow. E d’altronde dove la fai suonare una band che ha un album da undici minuti? New York è sempre stata informale, aperta alla fusione tra le arti. Adesso è rimasta senza centro, non ci sono luoghi riconoscibili, ognuno suona la sua musica chissà dove e non si sa bene per chi. I segnali però partono ancora da qui, ed è capitato così, l’anno scorso, che esplodesse il fenomeno Geeze, il gruppo del chitarrista Cameron Winter, alla pubblicazione del quarto album, Getting Killed . È curioso che abbiano trascorso quasi dieci anni nell’anonimato, raggiungendo poi in pochi mesi, a furia di titoli strillati dalla stampa specializzata,

lo status di band destinata a salvare la musica rock dall’estinzione. Al punto che si èdetto fossero un fenomeno generato da una sapiente manipolazione dell’algoritmo. C’è del vero: una società di marketing digitale, la Chaotic good projects, ha architettato una rete di account convergenti sulle pagine Instagram e Tik Tok della band, generando un sistema d’interazione che funziona come un loop, e facrescere artificiosamente la reputazione della band. Ma il recentissimo tour europeo, che ha toccato anche Milano, ha mostrato invece che Cameron Winter e compagni possiedono davvero quell’attitudine dissacrante che li porta a mescolare riff garage, campionamenti di cori ucraini, ritornelli slabbrati, drum machine sibilanti in brani tutti un po’ fuori fuoco, sospinti da un groove irresistibile, anche se governati da una consapevole destrutturazione dei generi..

Esiste un punto di sintesi tra questi due gruppi? Assolutamente no. New York oggi è popolata di musicisti dall’identità indefinibile, come i Chanel Beads, che hanno aperto i concerti della superstar Lorde, e sono amati da Billie Eilish, ma di fatto suonano come una rivisitazione del pop britannico alternativo degli Anni Ottanta, etereo e inafferrabile, oThis is Lorelei, al secolo Nate Amos, cantautore sceso in città dal Vermont, che sembra un residuato dei folk club del Village, epoi ti sorprende con colte rivisitazioni rock nello stile dei Wilco. È tale la frammentazione dell’identità sonora della megalopoli che nel nuovo Spider- Man: Brand New Day Tom Holland volteggia tra i grattaceli al suono di Wolf Like Me dei Tv on the Radio, pezzo dal tiro irripetibile, sostenuto da una grandiosa sezione ritmica, tra chitarre sferraglianti e svisate di sax, ma che è pur sempre un singolo del 2006, esito più alto dell’ultima volta che New York si è potuta specchiare in una grande band, foss’anche una meteora.

Qualche speranza si concentrava sul nuovo album degli Strokes, tuttora sotto contratto per la RCA. Ma Reality Awaits , affidato alla produzione di una vecchia volpe come Rick Rubin, suona come una consapevole rinuncia al cambiamento. La band che con Is This it nel luglio del 2001 rispolverò la memoria di Television, Modern Lovers e Velvet Underground, ridando un senso all’associazione tra la parola rock e New York, è ancora impegnata nel tentativo di emanciparsi da quel pugno di canzoni scarne e tirate a lucido comeuna pista da ballo. Di tutt’altra caratura è This mirror wheighs a ton , il ritorno degli Interpol, la band che ha fatto di New York la propria Gotham. Tra bassi scultorei che sembrano disegnare sulle creste dei palazz i gargoyle, ballatone che suonano ancora post 11 settembre aunquarto di secolo di distanza, come il malinconico inno urbano Iron City, gli Interpol, raffreddando sapientemente la consistenza umorale delle loro canzoni, sembrano dirci che la città della Trilogia di Paul Auster, tra torri di vetrocemento, fantasmi estanze inaccessibili, esiste ancora in tutta la propria imponente presenza lirica.

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