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Musica

La Venere country

Morta a 80 anni, la voce simbolo del suono tradizionale americano. Era celebre per le hit “Jolene” e “Here You Come Again” e per aver scritto “I Will Always Love You”, portata al successo da Whitney Houston

FILE - Dolly Parton performs during her "Pure & Simple Tour" on June 15, 2016, in Philadelphia. (Photo by Owen Sweeney/Invision/AP, File)

Neanche a farlo apposta, Dolly Parton se ne è andata proprio mentre il country vive una seconda gioventù nelle classifiche mondiali. Aveva 80 anni, questa venere bionda, la diva con un caratterino che tutta l’America ha iniziato a conoscere già verso la fine degli anni Sessanta quando, dopo aver pubblicato qualche brano, debuttò in tv sostituendo nientemeno che Norma Jean al The Porter Wagoner Show. Bambina prodigio, quarta di dodici fratelli nati nel profondo sud del Tennessee, prima di avere dieci anni aveva già cantato in tutti i programmi radio o tv della sua zona perché aveva le idee chiare, così tanto chiare che iniziò pure a scrivere brani per altri cantanti, roba piccola per carità, niente di successo vero, grande, strapopolare. Infatti è soltanto negli anni Settanta che Dolly Parton diventa una solista sotto i riflettori pubblicando Coat of many colors, uno di quegli album che magari non vendono valanghe di copie ma sono essenziali per identificare una star. Non a caso, Rolling Stone l’ha inserito tra i 500 dischi più significativi di tutti i tempi. E questa è stata la chiave decisiva di Dolly Parton: essere trasversale. E ci è riuscita nonostante fosse l’anima, anzi la regina, di uno dei generi più tradizionali e conservatori degli Stati Uniti, una vera zona protetta per decenni dalle contaminazioni esterne. Dolly no. Uscì dal seminato, si avvicinò anche al bluegrass o all’adult pop, cantò persino una cover di Stairway to heaven dei Led Zeppelin. D’altronde aveva un piglio che non faceva prigionieri, e se ne accorsero subito tutti.

Intanto, pur essendo bellissima, biondissima, talvolta volgare e ovviamente «paparazzatissima» («Sono la regina dei tabloid» diceva), è rimasta tutta la vita con suo marito, sposato nel 1966 e morto l’anno scorso. E poi non ha mai usato mezze misure. Per capirci, a Elvis Presley piaceva così tanto la canzone I will always love you da chiederle il permesso di farne una cover. Ma a una condizione: di ottenere la metà dei diritti d’autore. Lei rispose no e dire di no al Re del Rock le valse il soprannome di «Iron Butterfly», farfalla di ferro. Anzi farfalla d’oro visto che, dopo la cover di successo planetario fatta da Whitney Houston nel 1992, gli incassi sono diventati stellari. Ma che fosse una stella Dolly Parton l’aveva già dimostrato da un bel po’. Piaceva a tutti, insomma. Anche alle artiste, che si misero in fila per interpretare i suoi brani, da Linda Rondstadt a Emmylou Harris a Olivia Newton John. Dopotutto, con la sua voce da soprano, il sex appeal americanissimo e un talento interpretativo difficile da imitare, questa reginetta è stata in testa alle classifiche almeno una volta in quattro decenni diversi e ha venduto oltre cento milioni di copie.

Ma è stata anche altro, e forse oggi si nota ancora di più. È stata praticamente la prima «cantante moderna», libera dagli stereotipi, anche di genere, e soprattutto fortemente ancorata al proprio talento alla faccia di tutti i pregiudizi. E proprio per questa modernità, con la sua fondazione Dolly Parton’s Imagination Library ha donato oltre duecento milioni di libri ai bambini fino ai cinque anni. Insomma, era nata per essere protagonista e lo è stata davvero fino all’ultimo visto che proprio l’altro ieri, nonostante fosse malata da tempo, aveva detto che «continuo a lavorare». Ciò che continuerà, ora che è salita nell’Olimpo, è la sua popolarità, quella di una piccola ragazza bionda del Tennessee che disse no a un re per diventare regina (non solo del country).

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