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Musica

“Torno in tour per battere il record di tristezza”

L’imprevedibile artista Elio porterà in scena uno spettacolo “fatto di musica, scienza e teatro, avremo anche un ‘tristometro’”

«La prima esigenza è quella di battere il record della tristezza, attraverso un crescendo inesorabile. Solo dopo penseremo ad alleviarla un poco con qualche brano allegro, per ritornare al punto di partenza. Abbiamo un metodo scientifico per misurare il raggiungimento o meno del record, perché noi non scherziamo, io sono laureato in ingegneria e nel metodo scientifico credo fermamente». La maschera che Elio si porta appresso da sempre è quella della serietà, una serietà geometrica impreziosita da un’arte mimica non indifferente e da alcuni tratti somatici che, da quella serietà, fanno esplodere la comicità. Ma non è tempo di ridere, oggi. E siccome «la tristezza è preziosa» (così sentenzia Elio), ecco l’ultimo imprevedibile spettacolo «fatto di musica, scienza e teatro» intitolato La rivalutazione della tristezza (produzione International Music and Arts), di e con Elio accompagnato dalla sua band: Alberto Tafuri a pianoforte e direzione musicale, Sophia Tomelleri a sax tenore e flauto, Giulio Molteni al basso, Martino Malacrida alla batteria. La formula dello show al via dal 21 ottobre da Alessandria, atteso in varie città italiane tra cui Firenze, Torino, e Milano - è presto detta: un repertorio delle canzoni più tristi mai scritte, interpretate e raccontate da Elio.

Si dice che in tempi grami, come questi, la gente voglia ridere: quella di uno show che celebra la tristezza è una mossa autolesionista?

«No, piuttosto controcorrente. Come quando si parla di frutta: si dice che un tempo esistevano mele di svariati tipi e che oggi ci vendano un tipo solo di mela. Ecco, oggi sui banchi si trovano solo le mele dell’allegria. Io recupero quelle della tristezza».

Una tristezza sana, dunque?

«L’unica che merita di essere chiamata tale. Perché quella finta dei reality show, le lacrime finte, sono bieco marketing di bassa qualità».

Non può non dirci qualche nome e qualche titolo di questo repertorio triste.

«Dico tutto e subito: si parte con Tristezza degli Elii, ma non perché sia una canzone triste. Diciamo che è un manifesto di ciò che andremo a fare. Poi ci sarà un crescendo assolutamente triste che passa da autori come Luigi Tenco, Domenico Modugno, Aznavour, De André».

I picchi di tristezza?

«E come fai a dire se sia più triste Lontano Lontano di Tenco o La canzone dell’amor perduto di De André? Posso dire che alla fine c’è un pezzo giapponese che schianta tutti».

E poi si risale?

«Si torna al punto zero. Con canzoni allegre, anche delle Storie Tese. Ma se devo dire i nomi degli autori che sono più veloci ad abbassare la tristezza dico Renato Carosone e Gioacchino Rossini».

Come misurerete la tristezza?

«Abbiamo un tristometro, ma non dirò mai in cosa consiste».

La tristezza dunque serve.

«Moltissimo. Ha generato canzoni bellissime, come prima cosa. E poi è un sentimento nobile. Gli psicologi dicono che la noia sia necessaria come motore della creatività. Vero. Tutto ciò che ho fatto nella vita nasce dalla noia, perché sono un tipo che si annoia presto. Ma la tristezza è ancora meglio».

Tornando alla ragione sociale di Elio e le Storie Tese, la comicità di qualità suonata egregiamente: TonyPitony può essere considerato un vostro erede?

«Non userei questa parola, ma certo lui è uno che sa cosa fa e lo fa bene, e a me e agli Elii, che con lui hanno già collaborato, questo basta. Può fare tutto».

Anche la co-conduzione di Sanremo con Stefano De Martino?

«Perché no?».

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