Spesso in un film la musica diventa parte integrante della trama e finisce per contribuire a raccontare essa stessa la storia. Celebri sono gli esempi di Stanley Kubrik. Ma Il silenzio degli innocenti non è da meno: il dottor Hannibal Lecter, dopo essere stato rinchiuso in una gabbia sorvegliata da due agenti di polizia, ascolta placido le Variazioni Goldberg di Bach da un mangianastri (nell’incisione di Glenn Gould) muovendo la mano a tempo quasi a voler dirigere l’esecuzione.
Ma sono proprio le celesti note di Bach ad accompagnare il tremendo e brutale piano di Lecter: sbranare i due agenti per evadere. La scena di Anthony Hopkins che alza la testa dal fiero pasto mostrando la sua bocca sazia grondante di sangue, davanti al mangianastri, sulle placide note delle Variazioni Goldberg, è quanto di più suggestivo potesse esserci per forza espressiva.
Non c’è da dubitare che Hopkins, nel girare quella scena in cui il suo personaggio doveva essere consustanziale alle melodie bachiane, sia stato agevolato dalla sua particolare vocazione per le note. La carriera teatrale, infatti, per Anthony Hopkins, è stata il suo, come si usa dire, piano B: «Volevo fare il pianista, è stato per caso e per un puro colpo di fortuna se sono diventato un attore», disse in un’intervista di qualche anno fa.
In effetti, il giovanissimo Anthony, ad appena 7 anni, ricevette in dono dalla madre un piccolo pianoforte verticale e ben presto imparò a suonarlo e a improvvisarci sopra. Fu la sua non felice carriera scolastica («a scuola non ero tanto sveglio, ero considerato un po’ indietro e sono diventato un adolescente pieno di rabbia e molto confuso») a farlo desistere dall’iscriversi al conservatorio, ritenuto un percorso di studi troppo impegnativo, e farlo optare per la recitazione.
La musica, il pianoforte, Bach, Chopin, le improvvisazioni, però, non l’hanno mai abbandonato e la musica è stata fedele compagna di vita. Nel frattempo, è arrivata la sua terza moglie, Stella Arroyave, che, dopo averlo sentito suonare al pianoforte un suo brano, lo ha spinto a coltivare seriamente la musica classica. Così è iniziata la nuova vita di compositore con il supporto del suo amico Stephen Barton, autore di moltissime e premiatissime colonne sonore per il cinema. Il debutto pubblico di Hopkins come compositore avvenne nel 2007 in veste di autore della colonna sonora di un suo film, Slipstream, in cui sono confluiti suoi temi e brani di repertorio.
Ora, all’età di 88 anni, Hopkins debutta con il suo primo cd nientemeno che per Decca: Life is a dream (dal 21 agosto in digitale e dal 28 in cd e vinile) con la direzione di Gustavo Dudamel alla testa della Philharmonia Orchestra di Londra con il Bach Choir, i cantori della cattedrale di Winchester, Gregorio Nieto al violoncello e Sergio Tiempo al pianoforte.
Il programma dell’incisione è breve, ma denso di significato e di rimandi musicali: Fanfare and March, Farewell My Love, And the Waltz Goes On, My Fatherland, Margam, 1947 Suite (Circus, Bracken Road, The Plaza), Stella Aria, Tara, Two Pieces for Orchestra (Samsara, The Eagle). Qui c’è tutta la vita di Hopkins: «La musica è stato il mio primo desiderio, il mio primo sogno», ribadisce Hopkins presentando il disco, «compongo musica da tutta la vita. Alcuni di questi brani mi accompagnano da decenni e mi ci ritrovo ancora».
L’Hopkins attore e l’Hopkins compositore finiscono per contaminarsi reciprocamente: le sue pagine sono delle perfette colonne sonore che raccontano storie. L’attenzione per la melodia e il leitmotiv è costante, è il nucleo generatore per le eleganti orchestrazioni di Barton. Hopkins predilige atmosfere idilliache, nostalgiche, sembra descrivere paesaggi agresti e nordici, come il Galles dell’infanzia della Suite, inserendosi perfettamente in quello che è il neo-romanticismo. Nelle sue musiche - che non vogliono chiaramente rompere con la tradizione e dirsi innovatrici - riecheggiano Vaughan Williams, Edward Elgar, Aaron Copland, John Williams e non di rado una cantabilità italiana quasi pucciniana.
Un esempio di come la musica di Hopkins guardi alla cinematografia e alla tradizione classica in un’ottica narrativa si ha in And the Waltz Goes On, brano scritto nel 1964 e ripreso nel 2011 quando il Re del valzer André Rieu lo orchestrò eseguendolo in prima mondiale. La prima parte del valzer, caratterizzata da un’ampissima melodia in tonalità minore affidata agli archi, si adatterebbe perfettamente a una pellicola per il suo carattere fortemente drammaturgico. Nella seconda parte, in maggiore, più giocosa e salottiera, il riferimento esplicito è alla Vienna di Strauss. Nella terza sezione si torna in minore trasformando il materiale melodico precedente per creare una conclusione narrativa.
D’accordo, Anthony Hopkins passerà alla storia come attore e non come compositore, ma questo cd dimostra che anche con il pentagramma c’è del talento: l’inventiva melodica e la capacità di creare paesaggi e narrazioni sonore farebbero tranquillamente invidia a parecchi che, invece, saranno ricordati per molto meno.
