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Nazionale

Il progressista cattolico e lo strappo con Bergoglio

Dopo l’idillio con Papa Francesco, le critiche sulla gestione. Ma Bianchi diventò di nuovo fondatore a 80 anni del gruppo La Madia

"Il Giubileo? Più turismo che vera fede. A 80 anni riparto dalla nuova comunità"

Dal cardinalato sfiorato al doloroso sfratto dalla «sua» Bose. La stagione bergogliana ha dato gioie e dolori a Enzo Bianchi. Dopo anni passati a lamentare il «Concilio incompiuto» e la presunta sottomissione dello «spirito d’Assisi» al ruinismo, l’elezione di Francesco era arrivata per lui come una manna dal cielo. Nei giorni successivi al conclave del 2013, la penna del monaco laico non riusciva a trattenere l’entusiasmo per quel «pontefice che si è fatto uomo» e che a suo dire dava la possibilità di «guardare alla Chiesa con simpatia». Tra i due ne seguì una frequentazione che rese il fondatore della Comunità di Bose uno dei tanti confidenti «a scadenza» del Papa argentino. Di recente, lo stesso Bianchi aveva ricordato come Bergoglio «amava informarsi e discutere con me della situazione delle chiese ortodosse». Non a caso nel 2014 lo nominò consultore del Pontificio Consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani. Un legame che sembrava inscalfibile e che non si arrestò con il congedo (formale) del monaco laico dal ruolo di priore nel 2017. Anzi: proprio quell’anno, nel concistoro di fine giugno, Francesco pensò addirittura di dargli il cardinalato. Le resistenze in Curia fecero sfumare un’idea che avrebbe riportato nella Chiesa un cardinale laico 159 anni dopo l’ultima volta. Uno dei tanti scherzi da prete di Bergoglio che, imponendo la berretta a chi aveva scelto di non prendere gli ordini sacerdotali, sarebbe così riuscito a indignare i conservatori imitando Pio IX.

Quello che sembrava un idillio, però, sfociò in un doloroso strappo tre anni dopo, in piena pandemia. Dal Vaticano partì nella comunità nata tra i prati e le colline dell’alto Piemonte un’ispezione che metteva nel mirino proprio «la gestione dell’autorità del fondatore». Insomma, Bianchi veniva accusato di non accettare il pensionamento e di rendere la vita impossibile al suo successore come priore, Luciano Manicardi. Il fondatore rispose picche al decreto vaticano che gli imponeva di lasciare la sua «creatura» per trasferirsi in Toscana. Si materializzò così un inimmaginabile scontro aperto tra il guru del progressismo cattolico e il Papa più progressista della storia recente. Bianchi non accettò la decisione della Santa Sede, invocando le prove delle mancanze che venivano contestate a lui e ai suoi fedelissimi. All’epoca si disse che voleva prendere tempo in attesa di un faccia a faccia risolutorio con Francesco. Alla fine, però, Bianchi dovette fare le valigie da Bose. L’allontanamento lo costrinse a diventare di nuovo «fondatore» ad ottant’anni, trasferendosi ad Albiano d’Ivrea per creare la comunità La Madia. Una delle sue ultime uscite pubbliche è stata a luglio per assistere alla messa in rito antico nella chiesa della Misericordia di Torino. Voleva una «pace liturgica» coi tradizionalisti ed aveva raccontato di averla consigliata anche al suo amico Bergoglio. Che però non lo aveva ascoltato.

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