Più dichiaranti e più gettito: le dichiarazioni dei redditi del 2025 fotografano un Paese in cui il lavoro continua a produrre base imponibile. I dichiaranti sono aumentati di 267.885 unità (+0,63%), raggiungendo quota 42,84 milioni, mentre l’Irpef ordinaria è salita del 6,35% su base annua, da 185,58 a 197,37 miliardi di euro (+11,79 miliardi). Con le addizionali regionali e comunali il gettito complessivo arriva a circa 216 miliardi. Crescono anche i versanti, cioè chi paga almeno un euro di Irpef, saliti dell’1,68% a 34,1 milioni: un risultato coerente con le politiche per l’occupazione messe in campo dal governo.
I numeri arrivano dal XIII Rapporto sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, realizzato in collaborazione con la Cida e basato sui dati del Mef. Il dato ineludibile è che a pagare per tutti sono in pochi: circa 8 milioni di contribuenti, il 18,78% del totale, con redditi da 35mila euro lordi in su versano il 65% dell’Irpef, e aggiungendo la fascia tra 29 e 35mila euro il 30,22% dei contribuenti arriva a sostenere il 78,67% del prelievo. All’estremo opposto, chi dichiara fino a 7.500 euro lordi versa in media appena 19 euro l’anno, mentre tra 7.500 e 15mila euro il versamento medio sale a 204 euro e a 1.773 tra 15mila e 20mila. Oltre 24 milioni di persone, poi, non dichiarano alcun reddito. In pratica, ci sono 9 milioni di contribuenti che, all’atto pratico, versano zero.
Il carico (come emerge da un approfondimento realizzato dal Giornale) grava soprattutto sugli over 45. I contribuenti tra 45 e 64 anni, il 35,32% dei dichiaranti, generano il 42,99% dell’Irpef, quasi 85 miliardi; gli over 64, il 33,52%, ne assicurano il 37,45%, oltre 73 miliardi. Insieme superano l’80% del gettito, riflesso del maggior peso che nelle fasce mature hanno redditi da lavoro e pensioni. La fascia 25-44 anni, che pure rappresenta il 26% dei dichiaranti, contribuisce invece per il 18,67%. A reggere in larga parte l’impianto, dunque, sono i lavoratori nel pieno della carriera e i pensionati.
Sul fronte fiscale il viceministro dell’Economia Maurizio Leo ha ribadito la volontà di alleggerire ancora il ceto medio, dopo il taglio al 33% dell’aliquota tra 28 e 50mila euro. «L’ulteriore passo su cui vogliamo lavorare, compatibilmente con le risorse e con la condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza, è quello di abbracciare la fascia che va da 50 a 60mila euro e riportarla nell’ambito del secondo scaglione, quindi applicare su questa fascia di reddito, anziché il 43%, il 33%», ha dichiarato. Tra le ipotesi per la manovra ci sono anche la cedolare secca sugli affitti commerciali e una flat tax per i redditi dei giovani, pensata come incentivo all’occupazione.
Per il presidente della Cida Stefano Cuzzilla «la redistribuzione senza reciprocità rischia di diventare la grande asimmetria italiana», perché «abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle». Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, ha infatti commentato i risultati parlando di «un’enorme redistribuzione di ricchezza» che «lascia oltretutto alle altre funzioni statali solo le residuali imposte indirette, le accise e la pericolosa strada del debito».
