Vent’anni fa Oriana Fallaci udì al passaggio del suo corpo morto verso la tomba le campane di Santa Maria del Fiore. Le aveva volute lei. Aveva preteso un funerale senza preti, eppure nessun funerale nella storia, credo, fu così pieno di un silenzio risuonante di quel cristianesimo ateo ma totale - che lei aveva incarnato in ogni battito, virgola, bestemmia dell’esistenza. Si definiva, lo sanno anche i sassi, atea cristiana: «La mi’ mamma l’era cattolica, mi’ babbo l’era socialista ma ci credeva».
15 settembre 2006. Gli anniversari mi annoiano. Questo no. È una sveglia: ci costringe a ricordare lei. Ho un dispiacere. Il suo ricordo è quasi sempre avvelenato da una lite inutile, ci si sente obbligati a contrapporle un’altra voce: aveva torto, aveva ragione (Oh, se aveva ragione lei). Lasciamo perdere. Ascoltiamola e basta. Vorrei che questo ricordo personale fosse un invito a ricordarla tutta intera, a leggerla come fosse inedita. E lo è. Ogni volta la sua pagina rinasce sotto gli occhi.
Come le prime parole di Lettera a un bambino mai nato: «Stanotte ho saputo che c’eri: una goccia di vita scappata dal nulla». Erano nate per l’Europeo: il direttore Tommaso Giglio le aveva chiesto nove cartelle sull’aborto, lei sparì un mese e tornò con 95. Un libro. Oggi dimenticato, fuori moda in un’epoca che considera l’aborto un diritto. Lei, a sentir parlare di diritti, la s’incazzava. Diceva che la libertà, prima di essere un diritto, è un dovere: bisogna meritarla, essere disposti a darci la vita, come ci insegnano i maledetti kamikaze di Allah.
Ricordo tutto di lei. Devo condensarlo in poche immagini che mi accompagnano, e spero accompagnino anche voi.
Il telefono. Tornavo a casa alle dieci e mezzo, mia moglie mi metteva davanti gli spaghetti, e al primo giro di forchetta squillava. «Sono Oriana, te tu mi richiami?», per risparmiare sulla telefonata. Quaranta minuti: trentotto a parlar male di tutti, poi «ora mi son rotta, c’ho i cancri io, devo morire io, bonanotte». Quando litigavamo partivano bestemmie toscane veraci, non contro il Padreterno ma contro questo disgraziato amico, che vorrebbe essere tormentato ancora mille volte. I cancri. Mai uno. «Ce n’ho tre». La settimana dopo quattro. Arrivarono a undici, compreso quello che le mangiava gli occhi.
Le chiavi. Negli ultimi mesi doveva venire a Milano e non voleva farsi vedere in albergo conciata così. Le diedi casa mia in piazza Duse e mi trasferii in una mansarda. Andavo a trovarla suonando il campanello di casa mia, aspettavo venti minuti, entravo in punta di piedi. «Posso bere un whisky?». «Ma l’è tuo! Bevi quel che vòi!».
La salumeria. Mi chiese di accompagnarla, settanta metri, aggrappata al mio braccio. Per quella passeggiata si era vestita elegante, col cappello. «Ti piace?». «Moltissimo». «Nun è vero, ti fa schifo, lo leggo negli occhi». Dentro, davanti ai salumi, era felice come una bambina al luna park.
Il bicchiere. Quasi un anno dopo la sua morte monsignor Rino Fisichella, che le aveva tenuto la mano nell’agonia, mi consegnò un sacchetto di carta. Dentro un bicchiere e un cucchiaino. Se li era portati via da casa mia per prendere le medicine in viaggio, andando a morire a Firenze. Aveva disposto che mi fossero restituiti: non voleva che pensassi che li avesse rubati. Mi venne una strozza alla gola che non è ancora passata.
Non ho mai cancellato il suo numero dalla rubrica. Certe sere guardo il telefono. Più passa il tempo, più mi manca.
